La cucina italiana è la n° 1 al mondo

Vox populi, vox Dei”, diceva un saggio proverbio. Il sito internet www.tasteatlas.com ha pubblicato la classifica delle migliori cucine del mondo in base ai voti del pubblico. Al primo posto, l’Italia. Al secondo la Grecia e al terzo la Spagna: cucina mediterranea sul podio. La Francia è all’ottavo posto, a pari merito con Stati Uniti e Perù (i nostri cugini d’Oltralpe ci saranno rimasti molto male). A questo link potete leggere la classifica completa https://www.tasteatlas.com/best/cuisines

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Mangeremo insetti? La posta in gioco è molto alta

Si allunga la lista degli insetti che la Commissione Europea contempla tra i cosiddetti “nuovi cibi” di cui viene autorizzata la produzione e commercializzazione negli Stati dell’Unione. Che ne penso? Che la materia è molto complessa e non credo che si possa emettere un giudizio senza appello solo limitandoci a considerazioni emotive. Ci sono questioni serie sul tappeto: ad esempio non ci sono ancora certezze su possibili reazioni allergiche, sono ignote le possibili conseguenze sulla nostra salute, e basterebbe questo per essere prudenti. Se poi mi dite che l’insetto fa ribrezzo per il suo aspetto, sono d’accordo con voi, ma ricordiamo che i gamberi, i granchi, le aragoste, che sono contemplati da tempo nei nostri menu, non sono proprio graziosi: provate a digitare su un motore di ricerca le parole “crostacei in cucina”, guardate le immagini che appaiono e poi ne riparliamo. C’è chi dice che basta che l’etichetta mi dica chiaramente che quel prodotto contiene insetti e così la libertà di scelta del consumatore è tutelata.

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Contro le etichette del vino che secondo l’Irlanda “nuoce alla salute”

La Commissione UE, nonostante il voto contrario del parlamento Europeo, ha autorizzato l’Irlanda a porre sulle bottiglie di vino, birra e alcolici le etichette che ne denunciano la presunta pericolosità per la salute. Cosa ne penso? Che l’etichetta dice il falso. E’ l’abuso che nuoce gravemente alla salute, ma questo vale per molti altri alimenti, il cui uso eccessivo e disordinato provoca danni gravi all’organismo. Perché si criminalizza il vino e non si dice una parola ad esempio sul consumo di bevande gassate, delle quali non si sa nemmeno la composizione, prodotte da multinazionali? Un bicchiere di vino non fa male, anzi ci sono addirittura studi scientifici che dimostrano i suoi benefici. Sono d’accordo sul fatto che si debba diffondere una cultura del bere in modo consapevole, con moderazione, ma non possiamo buttare via millenni di cultura e tradizione. Anche il Papa ha affermato, commentando il passo evangelico delle nozze di Cana, che per la festa ci vuole il vino, non si può bere il thè! (Cliccate qui per leggere il post).

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“Quanto basta”. Perchè abbiamo bisogno di un incontro per trovare la soluzione

Quando ho deciso di imparare a cucinare ero un po’ preoccupata e ansiosa. Mi sono lanciata nell’impresa praticamente da autodidatta, consultando Il cucchiaio d’argento, Bibbia della cucina italiana, e nelle ricette c’era quasi sempre un ingrediente del quale non si diceva la dose precisa ma c’era scritto q.b. Appunto: quanto basta. Per questo ho sorriso allo scambio di battute tra i due protagonisti di questo film a proposito della preoccupazione di fronte al q.b. Perché nella vita non tutto è chiaro e pianificato dagli altri, c’è un momento nel quale devo affrontare quello spazio di libertà, devo trovare la misura giusta, la quantità necessaria, né troppo né poco. Ancora una volta, la cucina è metafora della vita.

Il film si gioca tutto nel rapporto tra Arturo, chef talentuoso ma con un problema nel controllare la sua aggressività, e Guido, un ragazzo con la sindrome di Asperger. Arturo è appena uscito di prigione e finisce di scontare la pena ai servizi sociali insegnando a cucinare ad un gruppo di ragazzi problematici tra i quali c’è proprio Guido, che dimostra grande talento ai fornelli e vuole partecipare ad un concorso culinario. Tra i due personaggi si instaura un legame che diventerà fruttuoso per entrambi, portandoli a cambiare positivamente il proprio destino. La partecipazione al concorso li porta a partire insieme, a vivere varie avventure, come nei più classici “road movie”, dove il viaggio dei due protagonisti diventa percorso esistenziale.

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Una lettera da un’abbazia francese

Cari amici del blog, è stata ritrovata recentemente una lettera, che viene attribuita ad un monaco benedettino francese del XVII secolo. Gli storici la stanno esaminando accuratamente per verificarne l’autenticità. Ma nel frattempo, la vorrei condividere con voi.

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Abbazia di Saint-Pierre, Hautvillers, settembre 1715

Cari confratelli, sento che la candela della mia vita si sta lentamente spegnendo. 76 anni sono molti, ben oltre la media, in questi tempi duri e faticosi. Ringrazio il buon Dio per il dono di questa lunga vita. Avevo 17 anni quando entrai nell’abbazia benedettina di Saint-Vanne, nel nord della nostra amata Francia, figlia primogenita della Chiesa, e lì mi dedicai con costanza alla preghiera, allo studio teologico e, secondo quanto previsto dalla Regola del nostro padre Benedetto, anche al lavoro nei campi. Tredici anni dopo fui mandato in questa abbazia, collocata accanto ad un grazioso villaggio nei pressi di Reims, e vi ho sempre svolto il ruolo di cellario, così come deciso dal nostro padre Abate. 

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Un futuro senza cucine? Tra sondaggi sul food delivery e metaverso

Lo confesso, anch’io ho ceduto alla tentazione del delivery. Ma alla domanda del confessore: “Quante volte, figliola?” rispondo che si tratta di episodi che si contano sulle dita di una mano. Le circostanze erano anche molto particolari, avevo delle attenuanti: eravamo in pieno lockdown, i ristoranti erano chiusi e posso dire che l’ho fatto anche per rispondere al grido di dolore di quei locali che sollecitavano le consegne a domicilio, come unica fonte di reddito in un periodo difficile (per non dire drammatico) per il settore della ristorazione. Non è stata comunque solo opera di solidarietà sociale: anche voglia di mangiare qualcosa di diverso e soprattutto piatti che io in casa proprio non so preparare.

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La tavola è donna

Tavolo o tavola? Leggo sul dizionario della lingua italiana: «Tavolo: Mobile formato da un piano di legno o di altro materiale, sostenuto perlopiù da quattro gambe, che serve per vari usi (è preferito a tavola quando sono espressi gli usi specifici e se non si tratta delle tavole da pranzo).» Quando ci si riferisce alla mensa apparecchiata, si usa quindi il termine al femminile. “A tavola” gridano le mamme e le nonne quando il pranzo è pronto. Se gridassero: “Al tavolo” i familiari resterebbero sbigottiti. Si parla del tavolo da lavoro, da disegno, del tavolo delle trattative, di quello operatorio. Ma in tema di convivialità, la tavola è donna. Così come sono femminili le divinità pagane del raccolto, dell’agricoltura, della terra. La cucina è donna, forse perché è così legata al tema della vita e chi più delle donne ha in mano i segreti della vita?

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Un nuovo libro: “La Bellezza a portata di mano”

Cari amici del blog, come ormai sapete per me il mondo della tavola è importante non tanto per l’aspetto nutritivo o strettamente culinario, ma per il suo forte significato sociale, per la bellezza della convivialità, per il valore dell’amicizia e del dono che si può esprimere attraverso la condivisione dei nostri manicaretti.

Queste riflessioni mi hanno portato a poco a poco ad allargare lo sguardo verso l’importanza della bellezza quotidiana, perché il mondo che ci circonda offre continue opportunità di generare bellezza, a volte piccola, nascosta tra le pieghe della routine, ma che è in grado di farsi largo nella stragrande maggioranza delle circostanze che riempiono la nostra vita, senza alcuna eccezione di persona, di luogo, di tempo, di condizione. Ho cominciato a raccogliere questi pensieri e ho coinvolto alcuni amici che a loro volta avevano manifestato in molte occasioni la stessa sensibilità, il desiderio di percorrere un’estetica della vita quotidiana per accendere un raggio di sole in questa società che troppe volte ci induce a focalizzarci solo su cose tristi e dolorose.

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Ciao Gianluigi, grazie della tua amicizia.

Caro Gianluigi,

ci siamo conosciuti seduti intorno ad una bella tavola. Tu e la carissima Loredana ci avete invitato in un ottimo ristorante di pesce di Milano. Quella serata resta indelebile nella mia memoria non tanto per le cose (squisite) che abbiamo gustato ma soprattutto perché ha suggellato la nascita della nostra amicizia. A tavola si diventa amici, lo scrivo spesso nel mio blog, e così è stato. Si è anche schietti e sinceri, quando un bicchiere tira l’altro, e quella sera siamo stati tutti più che sinceri nel parlare di noi senza filtri. Non solo è emersa la distanza calcistica (io juventina e tu appassionato interista), ma sono anche venute presto a galla le diverse visioni politiche e religiose.

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Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare. Ecco cosa ne pensa Petrini di Slow food

Il Governo di Giorgia Meloni cambia il nome del Ministero dell’Agricoltura che diventa: Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare. Anche su questa decisione si apre il fronte delle polemiche: cosa vorrà dire “sovranità alimentare”? Si tratta di una idea che richiama il “sovranismo” o addirittura l’autarchia? Si sono scatenate le ironie e c’è già chi teme che non si possa più bere il caffè o mangiare le banane. A chiarire le cose, con competenza ed equilibrio, è sceso in campo Carlo Petrini di Slow Food, spiegando che il concetto di sovranità alimentare ha a che fare con la volontà di ridare il giusto valore al cibo nel rispetto di chi produce, in armonia con ambiente ed ecosistemi, grazie ai saperi di cui sono custodi territori e tradizioni locali, tutelando la biodiversità, costruendo relazioni tra produttori e consumatori, migliorando la consapevolezza sul sistema che regola la produzione alimentare.

Sono concetti molto importanti. Vi segnalo dunque volentieri, nella mia rubrica “Distillati di sapienza” questo articolo di Carlo Petrini, pubblicato sul quotidiano La Stampa e ripreso dal sito di Slow food, per capire cosa vuol dire Sovranità alimentare e perché questa scelta del nuovo governo è degna di apprezzamento.

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