Il silenzio della cantina al Castello di Razzano

Le vigne ancora spoglie si alternano ad alberi da frutto già pieni di fiori: la primavera comincia finalmente a fare capolino e a breve anche sui tralci faranno la loro comparsa le foglie e i grappoli d’uva. L’automobile procede lenta sulle colline del Monferrato, tra borghi e campanili, rustici casali e distese di filari. La nostra meta è il Castello di Razzano, antica dimora trasformata in un elegante Relais: lo charme del passato è custodito con cura negli ambienti raffinati, il cortile interno ha un bel giardino all’italiana e su di esso si affaccia l’enoteca dove faremo la degustazione. Poteva essere una visita simile a tante altre, ma non è stato così.

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Cioccolata delle uova di Pasqua? Facciamo una Sacher!

Qualche anno fa mio marito ed io abbiamo trascorso un week end a Salisburgo e abbiamo alloggiato all’Hotel Sacher, fratello dell’omonimo hotel di Vienna dove è nata la famosa torta al cioccolato. Pochi giorni prima della partenza mi sono rotta il gomito ma non mi sarei persa quel viaggio per nulla al mondo: sapete come si dice, ci sarei andata anche su una gamba sola e il gesso al braccio non era un impedimento. Le previsioni del tempo erano catastrofiche e purtroppo i meteorologi ci hanno azzeccato: tre giorni di pioggia incessante. Provate ad immaginare la sottoscritta con un braccio al collo e l’altro che regge un ombrello, cercando di ripararsi dalle intemperie.

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25 aprile, San Marco: “risi e bisi” per il Doge

Il 25 aprile, San Marco, è festa grande soprattutto a Venezia e ogni festa che si rispetti ha le sue ricette tipiche. Ai tempi della Serenissima un piatto di “risi e bisi” veniva offerto al Doge per festeggiare il Santo patrono: il riso era simbolo della potenza commerciale della città e i pisellini novelli erano segno del risveglio della primavera. “Risi e bisi” è uno dei piatti più conosciuti della gastronomia veneta ma c’è dentro anche un poco della mia Istria, perché i piselli utilizzati per la realizzazione della ricetta venivano spesso donati al Doge dagli Istriani, abili coltivatori di quella primizia.

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Le trattorie: luoghi storici di cucina italiana

Mi piace andare al ristorante. Evito accuratamente i fast food ma sono anche un po’ diffidente nei confronti di certi ristoranti che propongono piatti troppo creativi, complicati, con abbinamenti fantasiosi ed eccentrici. Anche in questo caso “la virtù sta nel mezzo”, come diceva Aristotele: mi piace il locale curato e gradevole, dove gustare la cucina tradizionale, magari con un tocco di innovazione ma sempre nel rispetto della cultura gastronomica che ha reso l’Italia un’eccellenza nel mondo.

Ci sono trattorie che offrono piatti molto gustosi e che danno davvero soddisfazione al palato. Apprezzo l’eleganza della tavola e la cortesia del personale, ma non mi scandalizzo se in certe locande di campagna o nei rifugi in alta quota si presenta la cuoca con il grembiule ai fianchi che ad alta voce elenca i piatti del giorno. Se la cucina è buona, anche questa ospitalità schietta è molto gradita. Andando alla ricerca di informazioni sulla storia della cucina italiana, scopro che anche in passato i viaggiatori apprezzavano le nostre osterie, perché vi trovavano i sapori autentici e le atmosfere dell’Italia più simpatica e spontanea.

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Roger Scruton e la bellezza della convivialità

Cari amici del blog, vi segnalo con mia grande soddisfazione che è stato pubblicato un volume dedicato a Roger Scruton (1944 – 2020), che contiene anche un mio saggio dedicato al tema della bellezza della convivialità. Il libro è una bella occasione per conoscere il pensiero del filosofo inglese, che nel corso della sua vita ha affrontato tanti aspetti della nostra cultura, sempre con grande originalità e profondità, ma direi soprattutto con concretezza. Ho letto con piacere ed interesse le opere di Scruton, perché ha dedicato riflessioni importanti al tema della bellezza e della cura della tavola, del cibo, del vino, al valore della convivialità come esperienza di ordine, di carità verso il prossimo, di consolazione, come opportunità per costruire relazioni solide e profonde. Come vedete, temi che sono all’ordine del giorno nel mio blog.

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Il latte fresco: natura o cultura?

Il gesto è naturale e per molti quasi quotidiano: si apre il frigorifero, si prende il latte e si fa colazione. C’è chi ci inzuppa i biscotti, chi lo prende con i cereali. Semplice, no? Eppure, fino a non molti decenni fa il latte era un prodotto difficile da gestire per ragioni di ordine igienico e per la mancanza dei frigoriferi. Per questo si è diffusa così tanto la lavorazione del formaggio, che consente di non sprecare tutto quel ben di Dio che ci arriva dagli animali da allevamento. Molti monasteri sono stati luoghi chiave per questa produzione tanto che lo scrittore Léo Moulin si chiede: «Sarebbe possibile citare qualche formaggio di pregio che non sia monastico nelle sue lontane origini?». Il Grana Padano ad esempio nasce nell’abbazia di Chiaravalle Milanese. Può darsi che Moulin si sia fatto prendere un po’ troppo dall’entusiasmo, ma in effetti la cultura monastica ha favorito in modo decisivo la diffusione di questo alimento, essendo un cibo “di magro”, quindi adatto ai giorni di astinenza dalle carni.

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Ritmi frenetici: e si consuma il lunch in piedi come i cavalli

Vi presento un passo tratto dal libro scritto da Marco Niada, giornalista economico al Sole 24 Ore, intitolato in modo chiaro e illuminante: Il tempo breve. Nell’era della frenesia: la fine della memoria e la morte dell’attenzione (Garzanti, 2010). E’ un’impietosa descrizione dei rischi che sta correndo la nostra società, che ci costringe a ritmi di lavoro sempre più accelerati, bombardati da notifiche e informazioni da internet, e-mail e social network, senza un tempo adeguato per riflettere e per metabolizzare quello che ci viene comunicato. Anche il momento del pasto ne risente: mangiare diventa solo nutrirsi e nel minor tempo possibile. Addio bellezza della convivialità. Con tristi conseguenze non solo per la salute ma anche per le relazioni umane. Ecco come descrive Niada i pasti nella City londinese. Amici del blog, corriamo ai ripari! Teniamo alta la bandiera della buona cucina e del tempo che si trascorre a tavola con i nostri familiari e gli amici!

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Uomini e donne ai fornelli: chi è più bravo?

Per scherzare, ma non troppo, mio padre cita spesso la celebre battuta: “I migliori cuochi sono uomini!”. È una vecchia questione che fa sempre discutere. La donna per secoli è sempre stata la regina del focolare ma non nel senso sdolcinato del termine, oppure con intenti discriminatori, ma perché reggeva la casa sotto tutti gli aspetti ed era la detentrice di saperi arcaici, conoscenze che venivano tramandate da madre in figlia: competenze nella trasformazione dei prodotti agricoli e nella loro conservazione, sapienza nel gestire le risorse familiari. Non è un caso se nei miti antichi le divinità della terra erano femminili: Demetra per i Greci, Cerere per i Romani. In Lombardia la chiamano la regiura, in Emilia la rezdora: se ci fate caso, la radice è quella di rex, è la donna che con il suo vigore, la sua intelligenza, maestria e competenza tiene le redini della famiglia, in ogni aspetto del ménage, colonna portante non solo delle famiglie ma di tutta la società. La donna nella società contadina ha sempre avuto un ruolo molto importante da un punto di vista economico.

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Carnevale, dolci e scherzi. E poi arriva la Quaresima.

Chiacchiere, bugie, cenci, frappe, castagnole, tortelli: ogni regione d’Italia, direi ogni provincia, ha i suoi dolci di Carnevale o li chiama con un nome diverso. Già dopo l’Epifania fanno la loro comparsa nelle vetrine, prendendo il posto dei panettoni e degli altri dolci natalizi. Il Carnevale è una festa tipica dei paesi cattolici: è un momento di festa, spesso sfrenata e un po’ irriverente, per dare libero sfogo ai piaceri e alle golosità prima delle penitenze quaresimali. Il Carnevale si chiama così proprio perché un tempo si mangiava carne in abbondanza prima dei 40 giorni di magro, dominati dalle astinenze e dai digiuni.

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I testaroli della Lunigiana

La prima volta che li ho assaggiati è stato circa 30 anni fa a casa della zia Giulietta che viveva a Marina di Massa. Ogni tanto facevamo tappa a casa sua ed erano soggiorni molto piacevoli: ho ricordi di lunghe passeggiate in riva al mare, di un bel cono gelato alla storica gelateria Eugenio, di una gita sulle Alpi Apuane a godere di splendidi panorami. Zia Giulietta era un’ottima cuoca e una sera ci ha preparato i testaroli, piatto a me assolutamente sconosciuto ma è stato amore a prima vista. Da allora quando passo dalla Lunigiana non perdo occasione per acquistarli e per mia fortuna ho scoperto che si trovano anche a Milano in qualche negozio di prodotti gastronomici di nicchia, nella confezione sottovuoto. Certo, comprati freschi dal panettiere sono tutta un’altra cosa. Ma qualcuno di voi si starà chiedendo: di che cosa stiamo parlando?

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