Una foto, una copertina … una casa, una famiglia

L’immagine della testata del blog riproduce la copertina del mio libro Pane & Focolare ed è una foto con una storia che ricordo con simpatia. Quando dovevamo scegliere la copertina, l’editore mi aveva proposto alcune immagini, nessuna delle quali aveva però toccato le mie corde. Alla fine, ho deciso che avrei fatto io la foto: volevo un camino, a simboleggiare il calore domestico, e una tavola apparecchiata con cura ma in modo familiare. Non poteva mancare il pane, per la sua ricchezza di significati. Ho quindi approfittato di un fine settimana trascorso nella casa di famiglia sul Lago Maggiore e ho allestito il set fotografico: abbiamo acceso il camino, tirato fuori dal cassetto la tovaglia ricamata dalla nonna, raccolto qualche fiore in giardino per dare un tocco di colore. È stato divertente ma anche molto proficuo, perché alla fine proprio uno degli scatti di quella giornata è stato utilizzato per la copertina del mio libro.

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La fierezza di indossare un grembiule

Pratico, utile, comodo, assolutamente necessario per chi cucina. E’ il grembiule. Secondo la definizione del dizionario, è l’indumento costituito da un rettangolo (eventualmente fornito anche di una pettorina) legato attorno ai fianchi, che scende fino alle ginocchia o alle caviglie e si indossa sopra gli abiti come protezione durante il lavoro. Ma non è solo utile per evitare macchie e schizzi di sugo sul vestito: è immagine, simbolo, divisa, emblema di uno stile di vita. Con quanto orgoglio i concorrenti di MasterChef si infilano il grembiule, quando vengono ammessi alla prestigiosa cucina del talent show, e con quanta tristezza e commozione se lo tolgono quando viene comunicato loro che devono lasciare per sempre la competizione.

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La tavola e quella giusta distanza tra di noi

Per ben tre volte, nella stessa giornata, leggo in tre contesti diversi il concetto della giusta distanza. Non può essere un caso, è chiaramente un segnale che mi viene lanciato e non posso ignorarlo. In effetti di fronte alle cose che guardiamo possiamo essere troppo lontani, così da non vedere praticamente nulla, oppure troppo vicini, con la conseguenza di concentrarci su qualche dettaglio ma con il rischio di perdere la visione d’insieme. Questo accade non solo di fronte ad un quadro o ad un avvenimento, ma anche tra le persone. C’è chi soffre per la nostra lontananza, non solo fisica ma anche affettiva, per la mancanza di empatia e di vero interesse per la sua vita. E ci sono persone che al contrario sono infastidite se stiamo loro troppo addosso, se entriamo a piedi uniti nelle loro giornate con un’invadenza poco rispettosa.

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La tavola della famiglia: un’ispirazione anche per i finalisti di MasterChef

Si è conclusa anche la decima edizione di MasterChef, una trasmissione che, come vi ho già raccontato (leggete qui), nelle sue prime edizioni non ha incontrato il mio favore: non apprezzavo l’atteggiamento dei giudici, chef famosi che assumevano in modo a tratti caricaturale e artefatto la parte dei cattivissimi, non esitando a manifestare scarso rispetto verso i concorrenti, con durezza e altezzosità. Ho decisamente apprezzato il progressivo cambio di tono, anche grazie all’ingresso di Giorgio Locatelli: elegante e serio, se deve portare critiche ai concorrenti lo fa senza umiliarli, ma con l’autorità di un maestro che vuole fare crescere l’allievo (ne ho già parlato, leggete il mio post). Da apprezzare anche la simpatia di Antonino Cannavacciuolo e la serietà dell’eclettico Bruno Barbieri. Un terzetto affiatato e brioso.

Nell’ultima puntata i tre concorrenti finalisti hanno presentato i loro menu: mi ha profondamente colpito il fatto che tutti e tre hanno scelto dei piatti molto creativi e sofisticati ma con un elemento in comune: il forte riferimento alla loro famiglia, alle esperienze d’infanzia della tavola dei nonni. Continua a leggere

Quando una profezia è sbagliata: oggi tutti ai fornelli!

Abbiamo dovuto cambiare le nostre abitudini, a causa della pandemia, ma abbiamo fatto di necessità virtù e gli italiani, costretti tra quattro mura domestiche, hanno sfogato il loro stress cucinando. Questo 2020 sarà anche ricordato come quello del lievito introvabile, delle farine che sparivano dagli scaffali del supermercato, degli amici che su Skype e Facebook mostravano le loro creazioni gastronomiche. Rileggo sorridendo il risultato di un sondaggio del 2017 che descriveva gli italiani come sempre più refrattari ai fornelli, incapaci di cucinare, grandi acquirenti di tramezzini, surgelati precotti e spuntini pronti. Allora mi sentivo una specie di panda, un essere in via di estinzione perché desidero avere la casa ben accessoriata di pentole, mestoli, frullini, teglie, piatti, calici, zuppiere e accessori di ogni foggia e dimensione. Oggi mi rendo conto che sono in realtà una dilettante, al confronto di amici che stanno dimostrando talenti davvero eccezionali. Continua a leggere

L’importanza della corvée in cucina, nel monastero e in famiglia

Arles è una città del Sud della Francia che vanta una storia gloriosa: ne sono testimonianze l’anfiteatro romano, le terme, la grande cattedrale romanica e tanti insigni monumenti dell’Era antica e medioevale. E’ stato uno dei più grandi centri urbani dell’Impero Romano. Nel VI secolo ha dato i natali a San Cesario, monaco e vescovo, che nell’anno 512 fonda un monastero femminile proprio ad Arles, del quale è prima badessa sua sorella Cesaria (i loro genitori comunque avevano poca fantasia nella scelta dei nomi) e scrive per le monache una Regola che diventa un modello per tutti i monasteri femminili nei secoli successivi. Continua a leggere

Ministra Azzolina: la donna che cucina non è uno stereotipo da abbattere ma un’immagine di amore da sostenere

Nonostante tutti i problemi che gravano sulla scuola in questo momento (e non solo sulla scuola), l’on. Lucia Azzolina, alla quale è stato affidato il Ministero dell’Istruzione, sembra avere posto priorità alla lotta contro i c.d. stereotipi di genere. Ospite di Nemmeno un clic di Cinzia Leone, facendo riferimento ad alcuni libri di testo della scuola primaria dove sono raffigurati una mamma che stira o cucina e un papà al lavoro, ha detto: “È uno stereotipo tristissimo, il ministero ha fatto degli accertamenti, sentendo gli editori, e credo che sono stereotipi che devono essere superati; è necessario emanciparsi di più”.

Ci risiamo? Già ne ho parlato in questo blog quando l’allora Presidente dalla Camera Laura Boldrini ad un convegno a palazzo Madama sul tema “Donne e media” affermò: “Non può essere concepito normale uno spot in cui i bambini e il papà sono tutti seduti e la mamma serve a tavola.”. Ma davvero sarebbero questi i problemi della nostra società e della nostra cultura? Confessiamolo che il vero obiettivo di queste considerazioni è la famiglia. Continua a leggere

Il pranzo dopo il funerale: la tavola che consola

Mio padre mi racconta che in Istria di fronte ai cimiteri c’era sempre un’osteria: una cosa bizzarra? Per niente: infatti era buona tradizione dopo il funerale pranzare tutti insieme. Può sembrare strano per la nostra cultura, che ha decisamente un cattivo rapporto con la morte, il lutto e tutta la cornice che circonda quel momento di dolore. Tipico di una civiltà materialista che, non sapendo dare una risposta a quello che c’è dopo la vita terrena, preferisce vivere il funerale in sordina, archiviando la pratica il prima possibile. Continua a leggere

Essere puntuali è una virtù. E che fare con i ritardatari incurabili?

Che bello invitare amici a cena! E’ un bell’impegno, ma per quanto mi riguarda la fatica è ampiamente compensata dal piacere della serata in compagnia. Pianifico il menu e faccio la spesa nei negozi che garantiscono la qualità degli ingredienti, andando a cercare i prodotti migliori e più sfiziosi. Nel pomeriggio cucino in tutto relax, con una buona musica di sottofondo che mi tiene compagnia. E’ un piacere anche apparecchiare, scegliendo la tovaglia adatta all’occasione, i calici, i sottopiatti, il centrotavola: i dettagli sono importanti, preparare la tavola diventa un gioco e un piacere per gli occhi, attendendo i piaceri del palato. Andrea mi dà una mano ad apparecchiare e pensa ai vini. Continua a leggere

Dopo il diluvio impariamo da Noè, piantiamo una vigna

Chiusi dentro uno spazio ristretto con la nostra famiglia, ci siamo sentiti come se fossimo sull’arca di Noè. Non c’erano le coppie di animali ma fuori c’era il diluvio, una situazione di pericolo e incertezza. Adesso che cominciamo ad uscire, da un lato proviamo sollievo per il lento ritorno alla routine (ho provato questa sensazione quando ieri sono andata dal meccanico per un controllo all’automobile e poi in tintoria per il cambio del guardaroba invernale); dall’altro siamo preoccupati perché intorno a noi il mondo non è quello di prima e c’è un po’ di ansia per il futuro, non solo per la situazione sanitaria ma anche per quella economica e sociale (non parliamo di quella politica, quella è sempre stata preoccupante). Continua a leggere