Vino senz’alcool: l’ultima trovata della UE

Nel celebre brano romanesco “La società dei magnaccioni” si rinfacciava all’oste di avere messo acqua nel vino: «C’hai messo l’acqua e nun te pagamo». Cosa direbbero quei simpatici gaudenti delle osterie romanesche se sapessero che adesso è l’Unione Europea ad autorizzare certe pratiche? La Coldiretti ha lanciato l’allarme sulla proposta, poi la Commissione UE ha precisato che la trattativa non farebbe riferimento all’aggiunta di acqua ma alla pratica di eliminazione parziale o totale dell’alcool dal vino attraverso altre tecniche. Come se questo ci potesse tranquillizzare. Le opportunità commerciali sono molte: ci sono mercati come quelli dei Paesi Arabi che sarebbero interessati al prodotto. Inoltre, i Paesi del Nord Europa sono sempre più alle prese con il dilagare dell’alcoolismo e cercano attraverso questi provvedimenti di incentivare il consumo di bevande analcooliche o a basso contenuto di alcool.

Se la Coldiretti ha reagito con veemenza, altre associazioni di produttori sono più prudenti e aperte al dialogo. Il business fa gola ma nello stesso tempo è necessario tutelare le nostre eccellenze, come ha giustamente affermato il Sottosegretario alle Politiche agricole alimentari Gian Marco Centinaio. Vedremo come andrà a finire. Già abbiamo i Paesi del Nord Europa che sono autorizzati ad aggiungere zucchero al vino, per favorirne la fermentazione, pratica vietatissima in Italia. Ci sono aziende che chiamano arbitrariamente vino una bevanda ottenuta dalla fermentazione di lamponi o ribes, e l’Europa lo tollera. Adesso togliere l’alcool al vino sarebbe un ulteriore colpo alla cultura enologica: ma non si può semplicemente chiamare in modo diverso quella bevanda? Ve lo immaginate il Barolo senz’alcool? L’Amarone analcoolico? L’identità del vino ne risulterebbe stravolta. Già circolano concetti bizzarri come hamburger vegetariano e maionese vegana. Ma il vino senza alcool è davvero un’eresia. Non si può gettare al vento tutta la storia, la simbologia, la cultura della fermentazione naturale del vino. Si possono produrre tutte le bibite che la fantasia e la creatività umana sono capaci di concepire, ma non chiamatele vino, solo per venderle su mercati dove non c’è rispetto per l’identità del prodotto di cantina, in contesti dove qualcuno vuole recitare la parte del bevitore di vino, come in un nuovo gioco di ruolo.

Non è a rischio solo la sopravvivenza di aziende vitivinicole, è in gioco soprattutto l’immagine del vino, la sua cultura, la sua identità. L’Italia è il primo produttore di vino al mondo, faccia sentire la sua voce in sede Europea. Ma sono certa che anche la Francia non sarà da meno. Voglio proprio vedere se un produttore di Champagne accetterà di produrne uno senza alcool, per permettere all’Emiro di brindare. Qualche produttore storico si piegherà al business? A mio modesto parere, il viticoltore che veramente ama la vigna e la cantina non cederà mai a certe sirene. Il rischio è quello di vedere delle aziende industriali immettere sul mercato prodotti di dubbia qualità, che faranno concorrenza molto sleale ai nostri produttori.

Per quanto riguarda quei Paesi che sono alla disperata ricerca di un rimedio all’alcoolismo, ricordo che il proibizionismo non ha portato mai nessun vantaggio. E’ decisamente più utile ed efficace un impegno culturale per diffondere una mentalità, un’educazione, una civiltà grazie alla quale il buon bere possa andare a braccetto con il rispetto di sé stessi e degli altri. A differenza delle droghe, delle quali non c’è un uso corretto, esiste invece un uso misurato e non nocivo del vino e di altre bevande alcooliche. Una quantità moderata non fa male, alcuni studi scientifici sostengono addirittura che un poco di vino rosso faccia bene alla salute. Un bicchiere assaporato nel corso di una cena è espressione di una bella cultura della convivialità. Purtroppo nelle società sempre più individualiste e disgregate l’eccesso nel consumo di alcool è triste conseguenza della solitudine esistenziale. Noi facciamo la nostra parte per diffondere una cultura della tavola dove tutto viene collocato nel giusto contesto interpersonale. Ci auguriamo che i nostri rappresentanti a Bruxelles facciano la loro parte in difesa della plurimillenaria cultura del vino.

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