Santa Marta e il carisma dell’ospitalità

Il 29 luglio la Chiesa ricorda Santa Marta e io la festeggio sicuramente, essendo la patrona del mio blog: modello di donna che si impegna nell’accoglienza, nella cura della tavola, operosa e al servizio del suo prossimo, che vuole allietare con i suoi manicaretti. Chi meglio di lei posso invocare nel mio cammino per una diffusione della cultura della tavola e dell’ospitalità? Marta è da imitare. Lo ricorda anche Papa Francesco: sul suo esempio, si deve «far sì che, nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità, si viva il senso dell’accoglienza, della fraternità, perché ciascuno possa sentirsi ‘a casa’, specialmente i piccoli e i poveri quando bussano alla porta».

Per secoli il calendario liturgico ha ricordato Santa Marta, a differenza di Maria e Lazzaro, che non erano menzionati, forse perché della santità degli altri due nessuno dubitava, mentre la Chiesa ha preferito dare rilievo in modo solenne, a scanso di equivoci, al fatto che anche Marta è nella schiera dei santi. Ma da quest’anno il 29 luglio è la memoria non solo di Santa Marta ma anche di Maria e Lazzaro. Lo ha disposto Papa Francesco accogliendo la proposta della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, perché è giusto ricordare l’importante testimonianza evangelica offerta dai tre fratelli «nell’ospitare in casa il Signore Gesù, nel prestargli ascolto cordiale, nel credere che egli è la risurrezione e la vita».

Nella casa di Betania Gesù ha sperimentato lo spirito di famiglia e l’amicizia. È proprio sulla bellezza dell’ospitalità che Papa Francesco si è soffermato quando ha parlato di Marta e Maria. Il Papa sottolinea che con il suo darsi da fare Marta «rischia di dimenticare la cosa più importante, cioè la presenza dell’ospite, che era Gesù in questo caso». «E l’ospite – avverte il Papa – non va semplicemente servito, nutrito, accudito in ogni maniera. Occorre soprattutto che sia ascoltato, va accolto come persona, con la sua storia, il suo cuore ricco di sentimenti e di pensieri, così che possa sentirsi veramente in famiglia». Dunque, le sue parole a Marta hanno «questo primo e più immediato significato: “Perché ti dai tanto da fare per l’ospite fino a dimenticare la sua presenza? Per accoglierlo non sono necessarie molte cose; anzi, necessaria è una cosa sola: ascoltarlo, dimostrargli un atteggiamento fraterno, in modo che si accorga di essere in famiglia”». L’ospitalità, così, indica il Papa, diviene «una delle opere di misericordia, appare veramente come una virtù umana e cristiana, una virtù che nel mondo di oggi rischia di essere trascurata».

Ma noi non la trascuriamo, vero? Coltiviamo il carisma dell’ospitalità, sull’esempio di Marta, Maria e Lazzaro: viviamo nelle nostre famiglie l’accoglienza fraterna, perché tutti si sentano amati e ascoltati.

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