Il pranzo dopo il funerale: la tavola che consola

Mio padre mi racconta che in Istria di fronte ai cimiteri c’era sempre un’osteria: una cosa bizzarra? Per niente: infatti era buona tradizione dopo il funerale pranzare tutti insieme. Può sembrare strano per la nostra cultura, che ha decisamente un cattivo rapporto con la morte, il lutto e tutta la cornice che circonda quel momento di dolore. Tipico di una civiltà materialista che, non sapendo dare una risposta a quello che c’è dopo la vita terrena, preferisce vivere il funerale in sordina, archiviando la pratica il prima possibile.

Ci meravigliamo quando in un film americano vediamo la casa del defunto invasa da parenti e amici che mangiano e bevono, servendosi ad un buffet generoso allestito da un accurato servizio di catering. E’ un’usanza che c’era anche da noi, è passata oltreoceano ma l’Europa nel frattempo l’ha perlopiù abbandonata. Per fortuna in alcuni territori, soprattutto quelli della Mitteleuropa, ancora si rispetta la tradizione.

Il pranzo di consolazione dopo il funerale ha radici antiche: era un rito pagano, che prevedeva il banchetto addirittura al cimitero sulla tomba del defunto. Si chiamava “refrigeria”, ad indicare il sollievo morale che riceveva, grazie a questo momento conviviale, chi stava soffrendo per la perdita della persona cara. Con l’avvento dell’era cristiana si è mantenuta l’usanza del pranzo con l’obiettivo di favorire i legami familiari e sociali, la solidarietà e la concordia tra coloro che sono accomunati dall’affetto verso colui che ci ha lasciato. Ci sono anche motivi pratici, viaggiare non è sempre semplice né economico e chi abita lontano compie un sacrificio non da poco se decide di recarsi ad un funerale: da parte dei parenti del defunto si sente il dovere di accogliere quell’amico o quel parente con gratitudine, offrendogli un pranzo. Ci sono poi coloro che hanno vegliato pregando e digiunando presso la camera ardente e dopo la cerimonia funebre sciolgono quel digiuno.

Lo so, nel mio blog tratto normalmente argomenti più spensierati, ma come sanno i miei fedeli followers cerco sempre di parlare dei valori culturali e sociali legati ai riti della tavola: anche questa tradizione dei banchetti dopo il funerale è una testimonianza della capacità che ha un pranzo di generare una vicinanza amorevole a chi soffre. Terminato il funerale, si va in trattoria, magari solo per un veloce brindisi; oppure si invitano amici e parenti ad un pranzo in casa, sempre molto curato in ogni dettaglio. Viene così favorito il ritrovo tra persone che sono legate proprio dall’amore verso il defunto e si sta accanto a coloro che stanno soffrendo di più, facendo sentire loro il calore umano e la solidarietà di tutti. Il cibo diventa ancora una volta occasione di relazione tra le persone, scambio di generosità e fonte di consolazione. Si riportano alla memoria episodi importanti e suggestivi, si raccontano aneddoti e testimonianze sulla vita di chi ci ha appena lasciato. E come ricorda mio padre, nel dialetto locale, vigeva una massima: «Più bon el jera e più litri vien su!» (Più era stato buono in vita e più vino viene su, dalla cantina!).

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