L’immagine di Papa Leone XIV che riceve in omaggio un bel fusto di birra è davvero curiosa, ma si tratta di una birra che ha un passato agostiniano. Il 9 maggio 2026 sono stati ricevuti in udienza i membri della Fondazione Edith Haberland-Wagner e dell’Augustiner Bräu di Monaco di Baviera, che si pongono nel solco della tradizione dei monaci agostiniani che nel 1294 si erano stabiliti nella città tedesca e dal XIV secolo avevano cominciato a produrre la birra, molto apprezzata da duchi e principi. Una storia gloriosa, quella del monastero, se pensiamo che la chiesa era la più grande della capitale bavarese, fino alla costruzione della Cattedrale, e che i monaci erano membri dell’Accademia delle Scienze.

Se il vino è la bevanda della festa per i popoli mediterranei, la birra lo è per i popoli del Centro e del Nord Europa, tipica della loro tradizione, cultura ed economia. Vino vs birra, principalmente per motivi climatici: la vigna non dà una produzione soddisfacente oltre certe latitudini. Inoltre il processo di realizzazione della birra è più veloce rispetto a quello del vino e questo ne consente la produzione anche da parte di popoli nomadi, come lo erano i barbari. Il vino al contrario è il prodotto finale di una complessa opera di coltivazione tipica di un popolo stanziale. Le invasioni barbariche hanno provocato sconvolgimenti anche alimentari e la birra è penetrata con forza nell’area mediterranea. Composta da ingredienti semplici e naturali, acqua, lievito e cereali, originariamente era molto pastosa, densa e un po’ dolciastra, a causa degli zuccheri dei cereali, e si deteriorava presto. Il processo produttivo della birra viene completato e perfezionato dal monachesimo: i monaci che producono la birra sperimentano, provano nuove ricette, vanno alla ricerca dell’eccellenza, mescolano ingredienti, per ottenere l’equilibrio perfetto. Cercano, in questa loro ricerca, di ovviare al grave problema della rapida deperibilità della birra che non si concilia con l’esigenza e la mentalità monastica che rifugge lo spreco. Ed ecco la grande scoperta: un monaco aggiunge al liquido di fermentazione il luppolo, una pianta già nota per le sue proprietà terapeutiche, che agisce come antibatterico e conservante, donando stabilità alla birra e permettendole di mantenere a lungo le sue caratteristiche. La tecnica basata sulla grande attenzione alla qualità si tramanderà nei secoli e determinerà una svolta epocale per la produzione della birra. Per di più, questa cura paziente di ogni passaggio del processo produttivo, a partire dalla scelta della materia prima, rende particolarmente pregiate ed apprezzate le birre d’abbazia rispetto a molte birre di produzione industriale. Gli Agostiniani di Monaco si pongono nel solco di questa produzione di alto livello ma purtroppo il monastero viene soppresso dalle autorità politiche nel 1803, a causa dell’ondata di secolarizzazione, la chiesa è trasformata in sala dazi e l’edificio diventa sede del Ministero della Giustizia. Il birrificio è venduto a privati: Anton Wagner, birraio di Frisinga, ne rileva l’attività, tramandatasi poi di padre in figlio. Nel 2013 è stato anche aperto il ristorante Augustiner Klosterwirt, all’interno dell’ex monastero agostiniano.

La birra Augustiner si fregia ancora oggi del simbolo del pastorale dell’abate sulle bottiglie, sui barili, sulle brocche. In un’epoca secolarizzata come la nostra sappiamo che dilaga spesso una forte avversione verso i simboli cristiani, quando però sui cibi e sulle bevande viene apposto un marchio monastico questo viene visto come una sorta di “sigillo di qualità”. Questione di marketing, probabilmente, ma comunque significativa. Resta l’amarezza per il fatto che sia stato soppresso il monastero e che sia andata perduta la presenza dei religiosi che davano il loro contributo non solo spirituale ma anche economico e sociale, aiutando i bisognosi. Accolgo però con soddisfazione la notizia che nel 1996 l’ultima erede Edith Haberland-Wagner ha costituito una Fondazione per realizzare opere benefiche, per i giovani e i bambini. In qualche modo lo spirito monastico, orientato da sempre a destinare i proventi del lavoro artigianale all’aiuto dei più fragili, è riemerso in quella istituzione, i cui rappresentanti hanno voluto compiere questo pellegrinaggio a Roma, culminato nell’incontro con il Santo Padre. Il Papa nel suo discorso ha ricordato l’enciclica Laudato si’ del suo predecessore Francesco: «In quell’importante documento ha parlato in maniera eloquente della grandezza di tutto il creato donata da Dio, che include sia gli animali sia il cibo e le bevande che ci sostengono. Ha sottolineato che ogni elemento e ogni creatura è un riflesso dell’amore sconfinato di Dio e che “tutto è carezza di Dio”. Questa consapevolezza ci chiama alla grande responsabilità non solo di prenderci cura del creato, ma anche di assicurare che le sue risorse siano usate sempre con saggezza e con un occhio alla giustizia, che è una condizione indispensabile per la pace.» Con l’occasione al Pontefice sono stati consegnati alcuni omaggi, tra i quali appunto la birra agostiniana.
C’è una lunga storia che lega il monachesimo e la produzione della birra, ho avuto occasione di raccontarvela più diffusamente in un altro post (leggi qui) facendo riferimento soprattutto alle birre trappiste, ma non solo: sono molti gli esempi di abbazie che producono birra, di alta qualità come sempre accade quando si lavora per la maggior gloria di Dio. Potrete leggere ad esempio in questo post la storia del grande successo della birra Trappista Westvleteren. Nel Centro e nel Nord Europa è facile trovare monaci produttori di birra, ma anche in Italia, dove prevale la viticultura, abbiamo degli esempi molto interessanti, come quello della Cascinazza alle porte di Milano (leggi qui) e di Norcia, nel cuore della storia del monachesimo benedettino (leggi qui). La birra ha una storia antica, che merita attenzione. Quando è monastica, è ancora di maggior pregio.