Pomeriggi a parlare di pane, olio e vino

Mi piace uscire dalla dimensione virtuale e parlare di storia e cultura della tavola guardando finalmente le persone negli occhi, soprattutto ascoltando le loro riflessioni e le loro testimonianze, i ricordi e le emozioni che emergono quando si parla di cibo e convivialità. Mi è capitato di recente di fare ben tre incontri dedicati alla storia e alla spiritualità del pane, del vino e dell’olio. L’invito da parte di gruppi parrocchiali della c.d. Terza Età (una generazione particolarmente attiva e desiderosa di sempre nuovi stimoli) mi ha dato una grande soddisfazione personale, sia per il numero dei partecipanti sia per la bella chiacchierata che abbiamo fatto. Mi ha commosso sentire i racconti di chi nella ormai lontana giovinezza andava al mulino a portare il grano da macinare, in un contesto nel quale il mugnaio svolgeva un ruolo sociale ed economico fondamentale. C’era chi ricorda con emozione il forno collettivo al quale si portava il pane da cuocere, quel pane che era sacro e prezioso e non si sprecava mai, lo si riutilizzava in tanti modi, preparando zuppe, pappa col pomodoro, panzanella. Quella generazione sente ancora profondamente il significato antropologico, sociale e collettivo che ruota intorno al mondo della panificazione.

Se il pane è simbolo del sostentamento, del cibo che nutre e dà vita, il vino è immagine della gioia, della festa, ma anche dell’attaccamento alla propria terra: piantare una vigna significa intraprendere un progetto a lungo termine, che guarda al futuro. Una signora racconta che da piccola viveva in Sardegna, dove la sua famiglia aveva delle vigne. Il lavoro era molto faticoso e poco redditizio, i suoi genitori hanno venduto tutto e si sono trasferiti in una città del Nord Italia per un lavoro più sicuro, con maggiori garanzie, senza l’alea che inevitabilmente comporta il lavoro agricolo. Ma quella signora narra la sua infanzia in mezzo a quelle vigne con nostalgia e commozione, sentendo di avere perso qualcosa che apparteneva in modo viscerale alle generazioni che l’hanno preceduta. Sono storie che accomunano tanti italiani. Eppure, mi capita sempre più spesso di conoscere aziende agricole che sono state abbandonate dai nonni ai tempi dell’esplosione del boom industriale degli anni Cinquanta, e che sono state poi avviate nuovamente dai nipoti, che hanno percorso la stessa strada ma al contrario, abbandonando la vita delle metropoli e lanciandosi con passione nel lavoro dei campi, nei luoghi dove da bambini trascorrevano le vacanze estive. Anche grazie alla meccanizzazione, a nuove tecnologie al servizio dell’agricoltura, all’abilità nel marketing, al successo del turismo eno-gastronomico, al ritrovato interesse per i prodotti a chilometro zero, queste nuove generazioni hanno saputo ridare vita a quei progetti. Sono esempi che danno speranza.

Tra una riflessione e l’altra, leggo qualche brano della Sacra Scrittura: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame» (Giovanni, 6). «Il vino è come la vita per gli uomini, purché tu lo beva con misura. Che vita è quella di chi non ha vino? Questo fu creato per la gioia degli uomini.» (Siracide, 31) Dai sorrisi dei presenti colgo la suggestione che suscitano quei versetti: dalla cultura e dalla storia è facile passare alla spiritualità, alla verticalità del rapporto con il Cielo.

L’olio trasmette altrettante suggestioni. Percepito come prezioso per la salute nella vita quotidiana, nella Bibbia ricorre come simbolo di gioia, guarigione, benedizione e consacrazione: pensiamo alla colomba che porta a Noè sull’arca un ramoscello di ulivo come segno della pace, all’olio con cui venivano consacrati i Re, all’ulivo benedetto che porta gioia e benedizione nelle case dei fedeli, all’olio del Crisma che si utilizza nei Sacramenti. «E partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano.» (Marco, 6)

Al termine degli incontri, viene allestito un momento conviviale, dove i cibi di cui abbiamo parlato sono i protagonisti della tavola: bruschette con olio extra-vergine di oliva, grappoli d’uva, olive, un bel bicchiere di vino. Molti dei presenti commentano che queste riflessioni dovrebbero essere presentate soprattutto ai giovani, figli della civiltà industriale che, se da un lato garantisce un benessere che fino a qualche decennio fa era un miraggio, dall’altro tiene lontani dai luoghi di produzione del cibo, non permette di apprezzare fino in fondo quello che mangiamo, soprattutto mette in secondo piano l’aspetto sociale e simbolico della convivialità. Conoscere la storia e la cultura di quello che mettiamo nel piatto ci permette di relazionarci meglio con la natura, con il nostro prossimo e di accogliere tutto come un dono. A noi tutti il compito di trasmettere questi valori.

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