Il pane: cultura e spiritualità

Una bella serata tra amici, con lo scopo principale di ritrovarsi insieme in allegria. E poi ci si accomoda sul divano e si parla di pane, della sua storia, cultura, spiritualità. Io racconto qualcosa, poi qualche amico interviene e commenta. Il giorno dopo su un social network Paolo Pugni* scrive una bella riflessione, partendo da quei pochi concetti che io ho espresso. La voglio condividere con voi.

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Grazie come sempre a Susanna e Andrea accoglienti padroni di casa che ci offrono non solo pane (e companatico, ricco) ma anche una squisita lezione sul pane e la sua storia (e le sue implicazioni). Prendendo spunto dal lievito di quanto Susanna ci ha raccontato, aggiungendo un po’ di farina del mio sacco, ecco cosa viene fuori.

Spezzate il pane con noi?

Il pane non è mai stato soltanto pane.

Sembra una cosa semplice, quasi povera, perfino ovvia. Sta lì, sulla tavola, e proprio perché c’è sempre rischiamo di non vederlo più. Come certe presenze fedeli: le noti solo quando mancano.

Eppure il pane attraversa la storia dell’uomo come una specie di filo dorato, impastato di fatica, giustizia, casa, comunità, fame, speranza. Prima ancora di diventare simbolo religioso, il pane è stato il segno concreto della sopravvivenza. Il campo da arare, il grano da seminare, il mulino, il forno, le mani infarinate, l’attesa della lievitazione. Nulla di magico, apparentemente. Solo lavoro. Ma non è forse vero che le cose più sacre cominciano spesso così, con gesti ordinari ripetuti ogni giorno?

Nella Scrittura il pane compare quasi subito, e non per caso. Dopo la caduta, Dio dice ad Adamo: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane» (Genesi 3,19). È una frase severa, certo, ma anche profondamente realistica. Il pane nasce dalla terra ferita e dal lavoro dell’uomo ferito. È nutrimento, ma è anche memoria del limite. Ci ricorda che non siamo angeli, che abbiamo fame, che dipendiamo dalla terra, dal tempo, dagli altri, dalla benedizione.

Poi, nel deserto, il pane scende dal cielo come manna. Il popolo ha fame, mormora, si lamenta, rimpiange perfino la schiavitù, perché la fame è una pessima consigliera e rende nostalgici anche dell’Egitto. Dio risponde non con un discorso motivazionale, ma con un cibo quotidiano. Ogni giorno quanto basta. Non scorte infinite, non garanzie eterne, non magazzini pieni per placare l’ansia. Solo il pane di oggi. Perché la fede, a volte, è imparare a raccogliere quello che serve per camminare fino a domani.

E qui il pane diventa già una grande lezione sociale. Non si accumula per dominare. Non si trattiene per paura. Non si spreca per capriccio. Si riceve, si condivide, si benedice. Il pane, quando è vero, non è mai individualista. Anche la parola “compagno” viene da “cum panis”: colui con cui divido il pane. Prima ancora dei contratti, delle strategie, delle organizzazioni, delle società per azioni e dei piani industriali, c’è questo gesto elementare: sedersi insieme e spezzare il pane.

Non a caso la Bibbia usa il pane per parlare di giustizia. Dare pane all’affamato non è filantropia elegante da inserire nel bilancio sociale con una bella foto sorridente. È riconoscere la dignità dell’altro. È dire: tu non sei un problema statistico, sei un uomo, una donna, un fratello, una sorella. Hai fame, dunque mi riguardi.

E poi arriva Cristo, nato a Betlemme, che significa “casa del pane”. Già questo basterebbe a farci tacere un momento. Il Figlio di Dio entra nella storia nella “casa del pane” e si presenta come pane. Non come idea, non come teoria, non come emozione religiosa un po’ nebulosa. Pane. Qualcosa che si prende, si spezza, si mangia, si assimila. «Io sono il pane della vita», dice nel Vangelo di Giovanni. E noi forse ci siamo abituati troppo a questa frase, come ci si abitua al profumo del forno sotto casa.

Nel Padre Nostro chiediamo: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Non chiediamo lusso, successo, applausi, controllo totale del futuro. Chiediamo pane. E già in quella parola c’è tutto: il necessario, la fiducia, la misura, la gratitudine. Il pane quotidiano è la smentita più semplice della nostra presunzione di autosufficienza.

Poi c’è il pane moltiplicato per la folla, perché Dio non sopporta la fame dell’uomo. C’è il pane spezzato nell’Ultima Cena, dove il gesto più domestico diventa il mistero più alto. C’è il pane riconosciuto dai discepoli di Emmaus, che capiscono chi hanno davanti solo quando Lui lo spezza. Curioso, vero? Camminavano con Lui, ascoltavano le Scritture spiegate da Lui, ma lo riconoscono nel pane spezzato. Forse perché l’amore si capisce davvero quando si dona fino a farsi nutrimento.

E infine, anche nell’Apocalisse, ritorna il segno della manna nascosta, promessa a chi vince. Come se tutta la storia, dalla fatica del primo uomo fino alla Gerusalemme celeste, fosse attraversata da questa domanda: di che cosa ti nutri davvero?

Perché il punto è qui.

Noi mangiamo pane, certo. Ma ci nutriamo anche di parole, immagini, paure, rancori, desideri, ambizioni, confronti, illusioni. E non tutto quello che ingeriamo ci fa vivere. C’è un pane che sostiene e c’è un pane che gonfia soltanto. C’è un pane condiviso che costruisce comunità e c’è un pane trattenuto che genera solitudine. C’è il pane guadagnato con il sudore e c’è il pane rubato alla dignità degli altri. C’è il pane della tavola e c’è il Pane dell’altare.

Forse dovremmo tornare a guardare il pane prima di mangiarlo. Non con sentimentalismo, ma con gratitudine. Quel pezzo di pane dice che qualcuno ha seminato, qualcuno ha raccolto, qualcuno ha macinato, qualcuno ha impastato, qualcuno ha cotto, qualcuno lo ha comprato, qualcuno lo ha messo in tavola.

E dice anche, se abbiamo ancora orecchie per ascoltare, che la vita non si possiede: si riceve.

Poi si spezza.

E solo allora nutre davvero.

*Paolo Pugni, coniugato, padre di tre figli e nonno di cinque nipoti, svolge attività di consulente direzionale con multinazionali e importanti aziende italiane. Parallelamente ha sviluppato competenze nel campo filosofico e antropologico sia grazie a studi personali sia svolgendo attività nell’ambito dell’orientamento familiare e delle scuole.

Una risposta

  1. Dal lievito di Susanna e dalla farina del sacco di Paolo n’è uscito dell’ottimo pane pronto da “spezzare” e condividere.
    Grazie!

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