Il primo obiettivo di una gita fuori porta è proprio andare fuori porta. Questa “porta” non è solo quella che segna, oggi solo nell’immaginario, il confine tra la città e la campagna. È anche la porta di casa, non perché tra le mura domestiche non ci siano piaceri e felicità, anzi, ma perché il mondo è grande e merita di essere esplorato, alla ricerca di nuove esperienze naturalistiche, artistiche e culturali, per godere della bellezza del creato e delle meraviglie del lavoro dell’uomo, per non correre il rischio di rintanarsi nel proprio guscio ed impigrirsi. La porta è anche quella che mi chiude, metaforicamente, dentro una stanza piena di problemi, ansie, vere o magari solo ingigantite, e superarla vuol dire lasciarsi tutto alle spalle e finalmente respirare aria pulita. Mi sono sentita un po’ come Bilbo Baggins, quando si sentiva come burro spalmato su troppo pane e voleva vedere le montagne. Anche solo un giorno di evasione fa un gran bene al morale.
Decidiamo di esplorare la zona di Gattinara e Ghemme, terra di grandi vini, ai piedi delle montagne piemontesi, due località separate dal fiume Sesia, l’una in provincia di Vercelli, l’altra di Novara. Qui il vitigno Nebbiolo, uno dei più antichi e prestigiosi d’Italia, dà vita ad un vino davvero pregiato, che riposa a lungo in botte. È il vitigno delle Langhe, del Monferrato, della Valtellina, che dà origine anche al Barolo, al Barbaresco, allo Sforzato. Viene da meditare sul concetto di terroir, che secondo il dizionario agricolo Larousse fa riferimento alle «attitudini agricole dovute in particolare alla natura del suolo, al microclima locale, all’esposizione solare della superficie coltivata». Lo stesso grappolo, coltivato e vendemmiato a La Morra o a Tirano, è destinato a diventare un vino diverso, a seconda che la collina sia esposta all’aria umida che viene dal Mar Ligure o a quella secca delle montagne valtellinesi. La definizione del dizionario non è certo esaustiva perché nel concetto di terroir c’è anche il lavoro dell’uomo, la sua sapienza, il profondo legame con la terra, la cultura, la storia, le tradizioni. In fin dei conti, da un’asse di legno si può tirar fuori uno sgabello o uno Stradivari.

Passeggiando lungo quelle colline abbiamo potuto apprezzare la capacità dell’uomo di saper valorizzare il proprio territorio anche con un po’ di estro artistico, in grado di stupire il turista che viene a visitare quei luoghi. Sulle alture intorno a Gattinara l’artista Ruben Bertoldo si è inventato i calici giganti, che fanno un po’ concorrenza alla moda oramai diffusissima delle panchine giganti, poste nei punti panoramici più interessanti. Sono dodici grandi calici di metallo, collocati lungo un percorso di circa 10 chilometri percorribile in tre ore, passeggiando tra vigneti, su e giù per le colline. Noi ci siamo limitati ai primi due, quello posto ad un crocevia del centro storico di Gattinara e quello in cima ad un colle dominato dalla Torre delle Castelle. Da questo punto il panorama è davvero spettacolare e vi sostiamo volentieri a goderci finalmente pace e tranquillità, con la pianura alle spalle e di fronte il profilo delle montagne innevate, dominate dal Monte Rosa. Le vigne stanno facendo il loro lavoro silenzioso, compaiono le prime infiorescenze che diverranno grappoli. Mi viene in mente la frase che ho vista incorniciata in un ristorante di Verona: “Mai e poi mai bisogna arrendersi. Il destino sempre ricompensa colui che nell’inverno della vita ha stretto i denti ed ha saputo attendere l’arrivo della primavera”.
Per il pranzo, abbiamo scelto il ristorante Impero di Sizzano, a pochi chilometri da Ghemme. Qualche mese fa facendo zapping in tv mi sono imbattuta in una trasmissione nella quale era ospite una delle due sorelle che gestiscono il locale. Sono rimasta ammirata non solo dal racconto dei piatti della tradizione che vengono preparati in quella cucina, ma soprattutto dalla grande umanità che è emersa da quella testimonianza, dalla passione per un progetto familiare che passa di generazione in generazione. Nel freddo e nel grigiore di quel pomeriggio invernale mi ero detta: appena posso vado in quel ristorante! È stato un pranzo piacevolissimo, ci ha colpito la gentilezza, la cordialità e la professionalità di tutti coloro che in sala si sono avvicendati nel servizio, a partire proprio dalle sorelle Naggi, che, avendo percepito la curiosità con la quale guardavamo i piatti degli avventori nei tavoli vicini al nostro, hanno voluto offrirci un assaggio (peraltro molto generoso nella quantità!) della loro gallina ripiena e della panissa, storico piatto della tradizione novarese e vercellese, un risotto arricchito da verdure, pasta di salame e fagioli. Ultima nota: la prima pagina della carta dei vini riporta una frase bellissima, che ho poi scoperto essere stata scritta dalla figlia di una delle titolari del ristorante: «Cucinare è comunicare, trasmettere, recepire messaggi, ricordare la tradizione, dare e ricevere amore … è fantasia, immaginazione … è un’emozione … è un’emozione forte quando il piatto preparato incontra il vino che ci piace e che amiamo.» Un’ottima bottiglia di Ghemme DOCG ci ha accompagnato nel nostro percorso gastronomico.

La nostra gita fuori porta ci ha permesso anche di vedere i “ricetti” di Ghemme e quello che resta di quello di Sizzano. Avevamo scoperto l’esistenza dei ricetti l’anno scorso, visitando quello di Candelo, vicino a Biella. Sono strutture fortificate medioevali, edifici circondati da mura e torri, praticamente un borgo dentro il borgo, con a pian terreno la cantina e al piano superiore il fienile e il magazzino. Non erano adibiti ad abitazione ma erano delle dispense che fungevano da riparo per la comunità in caso di pericolo: vi si conservavano i prodotti dell’agricoltura e li si proteggeva contro gli attacchi del nemico. Il ricetto di Candelo è conservato tale e quale, mentre quelli che abbiamo visto in queste località lungo il Sesia sono stati spesso trasformati in abitazioni, ma conservandone comunque l’aspetto rurale.
È proprio così: le gite eno-gastronomiche permettono sempre di contemplare la bellezza della natura, esplorare borghi ricchi di interesse storico ed architettonico, ammirare il lavoro tenace dell’uomo che sa trarre benefici dal territorio e nello stesso tempo lo sa proteggere e valorizzare, incontrare persone ricche di passione ed umanità. Sono luoghi che meritano davvero di essere conosciuti.