Mi sforzo di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Anche scorrendo le slide della ricerca di mercato che ha per oggetto “Lo stile a tavola. Preferenze e consuetudini degli italiani”, realizzata dall’Istituto Piepoli per conto di Promotica, azienda leader nel settore della fidelizzazione dei clienti della grande distribuzione, mi sono impegnata a cercare segnali di speranza, visioni ottimistiche e l’alba di un mondo migliore. Devo dire che però ho fatto davvero fatica a vedere la vie en rose e sul finale mi sono davvero intristita, pur senza affondare nello sconforto. Diciamo che la lettura della sintesi di questa indagine è stata una spinta a continuare con maggiore determinazione nel mio lavoro di diffusione della cultura della tavola, di una convivialità che cementa legami e propizia amicizie, nel rispetto della nostra meravigliosa cucina italiana che non solo è buona ma contribuisce al progresso della società e a tramandare valori e tradizioni. Ecco solo alcuni aspetti della ricerca che mi hanno colpito.
Alla domanda: Quando sei a casa, che cosa significa per te soprattutto ‘stare a tavola’? quasi la metà (47%) identifica la tavola con il momento di incontro della famiglia anche se questo aspetto è maggiormente avvertito da chi è in età “matura” (54%). Solo il 32% risponde che lo vive come un momento di convivialità, appena il 14 % vive il piacere di godersi una bella apparecchiatura curata, percentuale tra l’altro in netto calo rispetto ai dati degli anni precedenti (era il 19 %); solo il 9 % lo vive come un’occasione per fare festa e celebrare ricorrenze, percentuale che si abbassa ad un preoccupante 6 % tra i c.d. boomers, proprio coloro che dovrebbero essere in teoria i più motivati a perpetuare la buona abitudine di celebrare momenti importanti con un pranzo come Dio comanda.

In linea di massima tutti concordano sul fatto che la tavola sia un momento importante, anche se troppo spesso questa viene vissuta come un momento stressante, frenetico, soprattutto per i giovanissimi e per i genitori con figli, che evidentemente hanno difficoltà ad approcciarsi al rito del pasto cogliendone l’aspetto educativo (infatti solo il 16 % lo considera tale). Gli aspetti positivi relativi al “vissuto” della tavola sono che per la maggioranza degli italiani ci si siede a tavola tutti insieme (60%), questo è un momento fatto di piccoli “riti” (57%), dove si parla e ci si racconta la giornata (57%), ed è ritenuto uno dei momenti più importanti della giornata (55%).
Dalle risposte, sembra talvolta trasparire una sorta di nostalgia del passato, quando la tavola, nonostante fosse molto ingessata nelle regole e dominata da un capofamiglia che esprimeva potere e autorità, permetteva però di gustare cibi genuini e gustosi, fatti con cura e amore, e di offrire molto con poco. Oggi c’è sicuramente più libertà di sperimentazione, senza fronzoli e forzature e con la voglia di esplorare e creare, ma questa opportunità, offerta da una visione più leggera del momento conviviale e soprattutto da una sempre più ricca offerta da parte del mercato delle materie prime, non sempre è in grado di favorire la costruzione di un ambiente che aiuti la socialità, l’incontro interpersonale, scatenando la creatività e la voglia di mettersi ai fornelli.
Qualche elemento positivo emerge quando ci si focalizza sul modo di vivere e di allestire la tavola: sono piccole attenzioni che testimoniano una forma di resistenza alla banalizzazione ed alla sciatteria che minacciano la quotidianità di molte persone. Infatti, la maggioranza degli italiani apparecchia la tavola con attenzione ed in modo coordinato per tutti i commensali (57%), evita piatti e bicchieri sbeccati (53%), non porta in tavola le pentole (52%) e si sforza di mantenere la tavola ordinata per l’intera durata del pasto (52%). Certo, non sono percentuali da maggioranza schiacciante ed è anche vero che più si abbassa l’età di chi ha risposto e più calano tutte queste percentuali. Sono campanelli d’allarme sul rapporto tra giovani generazioni e cultura della tavola che devono essere tenuti in grande considerazione.

La seconda parte della ricerca è dedicata al mondo del delivery, sempre più in crescita. Farsi consegnare cibo a domicilio è considerata un’ancora di salvezza, è la modalità che consente di delegare un’incombenza della quale non ci si vuole far carico. Accanto a questa motivazione c’è anche il piacere di sentirsi accuditi, quasi fosse una ricompensa, una coccola, un momento di tregua che ci viene in aiuto quando non si ha voglia di cucinare, non c’è tempo, mancano le idee. Il delivery diventa così l’eroe, il cavaliere che salva la donzella da una situazione critica. E pur vivendo in tempi di pari opportunità, quando l’uomo potrebbe stupire con la sua capacità ai fornelli (non hanno sempre detto che i migliori cuochi sono uomini?) ecco che ci si salva in corner ordinando una cena pronta. Certo, possono esserci circostanze in cui il cibo a domicilio è una reale necessità, ma questo accade sicuramente in una piccola percentuale rispetto alla scelta di “fare altro” (che potrebbe anche essere un “non fare nulla”). L’immagine che credo valga per la maggior parte dei casi è quella di una solitudine relazionale e anche quando il cibo è gustato in compagnia la scelta di rivolgersi all’asporto attesta che non si coglie il valore del cucinare per le persone care come un atto di amore o di amicizia dedicando tempo e impegno per fare felice qualcuno con un piatto preparato con le nostre mani.

Il finale della ricerca però è quello che mi ha più intristito: solo una minoranza consuma il cibo del delivery trasferendolo sul piatto e sulla tavola apparecchiata, la percentuale del 54 % degli over 60 (comunque bassa) riesce a non far crollare il dato. La maggioranza (addirittura il 75 % dei giovani) lo consuma attingendo direttamente dal contenitore: perché è una soluzione pratica, si sta più rilassati, c’è meno da lavare (forse non hanno la lavastoviglie?) ma addirittura c’è un 15 % che lo fa perché consumare il cibo nella scatola del delivery “è parte dell’esperienza, è un modo per lasciarsi andare”. Il valore estetico, sociale, relazionale di una tavola apparecchiata con un minimo di cura e amore per la bellezza non è nemmeno preso in considerazione da una larga fetta degli intervistati, soprattutto giovani. Tutti sul divano con il cartone in mano, un tagliapizza al posto delle posate. Anche laddove c’è consapevolezza delle problematiche igienico-sanitarie connesse all’utilizzo del contenitore, l’obiettivo della comodità ha il sopravvento sulla prudenza. La cuoca Babette, protagonista del celebre film di Gabriel Axel che racconta la raffinata e sontuosa cena da lei organizzata con grande cura e attenzione ai dettagli, se avesse letto il risultato di questa ricerca di mercato, avrebbe avuto bisogno di un altro bicchiere di Clos de Vougeot per riaversi (versato naturalmente nel calice di cristallo).
Le conseguenze negative di un approccio funzionale ed utilitaristico che svilisce la cultura del cibo sono molte, sia dal punto di vista della salute alimentare che del benessere sociale, considerando il valore della cucina familiare e del modo corretto di viverla per tutti ma in particolare per i bambini, i giovani (vogliamo parlare dei disturbi alimentari, in preoccupante crescita?), gli anziani. Inoltre, la perdita della manualità in cucina, connessa con l’atrofizzazione della capacità di preparare anche i piatti più semplici, non è cosa da sottovalutare poiché determina la perdita di contatto e di consapevolezza con la materia prima. Non sappiamo più come è fatto il pane, quali sono le stagioni della frutta e della verdura, come si impastano gli gnocchi. Abbiamo invece la necessità di recuperare il valore delle cose concrete, di esercitare la pazienza e l’attesa, il senso dell’impegno a lungo termine, della cucina come dono e come attività comunitaria, della tavola come condivisione di amicizia e affetti, occasione di ascolto e relazione vera. Per non parlare del valore intrinseco trasmesso dalla bellezza e dalla funzionalità di tovaglie, piatti, vassoi, bicchieri, che hanno una grande importanza nella costruzione di questo rito conviviale, profondamente umano. La tavola è un altare che ha bisogno di strumenti adeguati, anche senza diventare essa stessa un idolo o una autocompiaciuta spettacolarizzazione e sfoggio vanaglorioso. Vogliamo poi parlare della pressante comunicazione che enfatizza i temi della sostenibilità ambientale, dell’impegno per il pianeta? Cosa c’è di più green e salutare della cucina casalinga, che si basa anche sulla lotta allo spreco e sull’utilizzo degli avanzi per fare polpette, zuppe e insalatone? Non è forse un attentato all’ambiente lo spropositato packaging del delivery? Oltre ai costi sociali ed ecologici del suo trasporto?
Secondo un recente studio «Gli esperti di mercato immobiliare stimano che sarà il 2030 l’anno a ridosso del quale la cucina inizierà a sparire dalle nostre case. Praticamente domani. Ordineremo cibo da fuori, come stiamo già facendo, mangeremo cibo che non ha bisogno di essere cucinato» (“Amore, svago e affari nel metaverso. Così per il 75 % la vita sarà digitale”, di Tommaso Labate, Corriere della Sera 2-12-2022). I metri quadri che ora sono occupati da fornelli, lavandini, armadi pieni di pentole, piatti e bicchieri saranno lo spazio della casa destinata alle esperienze virtuali del metaverso. Tanto la cucina non servirà più, grazie al food delivery. Trascuriamo così il benessere fisico, psicologico, relazionale di una bella tavola imbandita come si deve. Mangiamo solo per la sopravvivenza, come fanno gli animali. E, allora, rimando al titolo di questo post, che pone una domanda molto seria: Lo stile a tavola, un valore che resiste o un declino preoccupante?