La mia passione per la cultura della tavola mi porta inevitabilmente a notare le abitudini alimentari dei protagonisti dei film e delle serie TV: non è peraltro un elemento accessorio della narrazione, anzi. Il vecchio aforisma: “Dimmi come mangi e ti dirò chi sei” vale anche in questo caso e gli sceneggiatori, per tratteggiare i personaggi, utilizzano anche il linguaggio del cibo. Prendete ad esempio Suits, una serie di grande successo: gli avvocati dello studio legale top di New York mangiano in modo sciatto, ordinando delivery o facendo brevi pause pranzo prendendo un discutibile hot dog dal baracchino di Central Park. Il tempo è denaro, la velocità è uno stile di vita, fermarsi per un pranzo tradizionale è considerata evidentemente una perdita di tempo, Harvey Specter e Mike Ross trascorrono le frenetiche giornate, e spesso anche le serate o addirittura le nottate, tra riunioni, ricerche, analisi, trattative e udienze, e quindi ecco le scatole di cartone del take-away cinese, i bicchieri di caffè da asporto, i sacchetti di carta con hamburger e sandwich su una scrivania ingombra di documenti e faldoni. Hanno auto e orologi di lusso, vestono capi di abbigliamento firmati di impeccabile eleganza, ma sembrano mangiare solo perché è necessario per la sopravvivenza.

Anche a casa dei protagonisti arriva la consegna a domicilio, si mangia dal cartone mentre si consulta il fascicolo della causa del momento, si fanno telefonate o si inviano e-mail. Apparecchiare è un verbo ormai desueto. L’avvocato Mickey Haller nella serie TV The Lincoln Lawyer ordina dal delivery anche quando, con sua grande gioia, trascorre finalmente una serata con l’amata figlia. Certamente la mancanza di una famiglia stabile incide non poco su queste scelte di vita e quelle rare volte che si vuole trascorrere del tempo con una persona cara non si tirano fuori pentole e casseruole: probabilmente non ci sono nemmeno, in quelle case, e nessuno sa più cucinare. Meglio ordinare cibo da una app.
Succede solo nelle fiction? Non credo. Oggi i top manager delle multinazionali, quelli che hanno di fatto più potere di un Capo di Stato, mediamente non hanno interesse per la gastronomia. Bill Gates beve 3-4 lattine al giorno di Coca Cola dietetica, adora il cibo dei fast food che ordina durante le riunioni. Anche Steve Jobs aveva abitudini alimentari bizzarre, non dava importanza al cibo, per certi periodi diventava fruttariano oppure digiunava e questo, a suo dire, sviluppava sentimenti di euforia ed estasi. Manifestare distacco nei confronti del cibo, in una sorta di “ascetismo laico”, con scelte prevalentemente vegetariane e vegane, sembra essere quasi un obbligo morale, dimostrazione di intelligenza e genialità, mentre sedersi a tavola per una conversazione davanti ad una gustosa pietanza rischia di essere percepito come politicamente scorretto, sintomo di debolezza e pigrizia.

Una mamma per amica è un’altra serie TV che utilizza il cibo come tratto distintivo dei personaggi, diventando un vero e proprio modo di raccontare le relazioni familiari. Lorelai Gilmore e la figlia Rory vivono di spontaneità, la loro cucina è poco utilizzata, il frigorifero è quasi sempre vuoto e il ricorso al take-away è praticamente una regola. Pizza, hamburger, cucina cinese, patatine, dolci e litri di caffè accompagnano le loro giornate. Il cibo è a volte un’occasione per stare insieme ma senza formalità, mangiando sul divano, davanti alla televisione. L’atmosfera cambia radicalmente quando Lorelai e Rory ogni venerdì sera varcano la soglia della casa di Emily e Richard Gilmore, i genitori di Lorelay. In questo caso la cena è formale, con la tavola impeccabilmente apparecchiata con eleganti porcellane, servizio curato, buone maniere, portate servite secondo il galateo. Il menu è raffinato, si comincia con un aperitivo e a seguire la cena accompagnata da vini scelti con cura. L’appuntamento è vissuto dalle due protagoniste con un senso di pesantezza, momento quasi istituzionale nel corso del quale emergono spesso le tensioni per i due modi così diversi di vedere la vita. I nonni sono rigidi, autoritari, effettivamente poco empatici, molto critici nei confronti della vita anticonformista della figlia e della nipote. La loro tavola elegante e curata, nella narrazione, diventa così immagine di una gabbia, di un momento noioso e pesante, mentre i cartoni della pizza, il caffè da asporto e il cibo ordinato all’ultimo momento sono icone della libertà e spensieratezza di Lorelay e Rory.

Ho fatto solo un paio di esempi, e ci sarebbe ancora tanto da dire. Siamo di fronte, a mio parere, ad uno scontro di civiltà: da un lato c’è chi vede la tavola come occasione conviviale dove ristorare il corpo ma soprattutto l’anima, un momento di riposo e bellezza, un’occasione di dono e fraternità. Dall’altro c’è chi la considera una perdita di tempo, che ci distrae dagli affari e dal successo, oppure un noioso momento formale, una schiavitù che ci impedisce di essere liberi. Le vicende delle serie TV o dei film sono specchio della realtà ma sono anche veicoli per la diffusione di messaggi culturali. Ancora una volta: Viva Babette e il suo meraviglioso pranzo!