Il potere consolante della cucina

Ricevo in regalo un bel libro di ricette che mi colpisce molto, già a partire dal titolo: “Il pollo di mezzanotte e altre ricette per cui vale la pena vivere.” (Guido Tommasi ed.) Nel recensirlo, una giornalista americana lo descrive come: «Una commovente testimonianza del potere redentore della cucina. Ella Risbridger sa che non offre solo conforto, ma una mappa da seguire: la cucina può salvarti». Nell’introduzione l’autrice descrive la situazione drammatica nella quale si trovava, la forte depressione dalla quale non riusciva ad uscire, l’ospedale dove viene curata, e il ritorno a casa in una specie di trance nella quale non riusciva a pensare ad altro che al desiderio di cucinare un dolce, una pie: «E a come avevo imparato a preparare l’impasto con mia nonna, e a come volessi cucinare di nuovo. Era una specie di piccola mappa: supererò questa cosa e cucinerò qualcosa, e mangerò, e sarò viva. Sarò viva e farò qualcosa con le mie mani, e ne verrò fuori. E forse avrei continuato a cucinare. E così ho fatto. E mi ha cambiato la vita».

In fondo, in modo sicuramente meno drammatico, ma è quello che è successo a Julia Child e Julie Powell. La prima patisce lunghe giornate vuote, i figli che tanto desidererebbe purtroppo non arrivano e per reagire alla tristezza decide di frequentare il prestigioso corso di cucina francese del Cordon Bleu. La vita ai fornelli la appassiona e la travolge, scrive un libro di cucina che diventa negli USA un successo editoriale straordinario e diventa una star televisiva. Julie Powell ha un lavoro frustrante in un call center governativo e per evadere dalla grigia monotonia della sua vita quotidiana si lancia in un progetto ardito: cucinare nel corso di un anno tutte le 524 ricette contenute nel celebre libro di cucina di Julia Child, raccontando giorno dopo giorno in un blog, The Julie/Julia Project, come procede il lavoro. Il blog diventa molto popolare, la sua curiosa maratona gastronomica appassiona i followers e grazie alla fama acquisita potrà intraprendere la carriera di scrittrice. Cucinare non ha solo spalancato loro le porte della notorietà, ma soprattutto le ha aiutate a trovare un senso alle loro giornate piene di frustrazione. (Per maggiori dettagli sulle vicende di Julia & Julie, leggete il mio post).

Cucinare può rappresentare davvero un’importante occasione di benessere psicologico e di socialità. In una società caratterizzata da ritmi spesso frenetici, dedicare tempo alla preparazione del cibo permette di rallentare, concentrarsi sul presente e riscoprire il valore dei gesti quotidiani. Scegliere gli ingredienti, lavarli, tagliarli e trasformarli attraverso diverse tecniche è un antistress, richiede attenzione e coinvolge i sensi: colori, profumi, consistenze e sapori contribuiscono a creare un’esperienza coinvolgente. Questa concentrazione sulle azioni concrete può aiutare a distogliere temporaneamente la mente dalle preoccupazioni e dai pensieri ricorrenti, è un’attività rilassante e anche gratificante quando mettiamo in gioco la nostra creatività, modificando la preparazione secondo i nostri gusti e la nostra fantasia, con un risultato soddisfacente che produce gratificazione e aumenta la nostra autostima.

Ho parlato spesso in questo blog dell’opportunità che la cucina ci offre per fare squadra con i nostri familiari, un team building molto efficace e divertente, e anche dell’occasione di socialità dello stare a tavola insieme, tra dialogo e divertimento, spensieratezza e condivisione profonda. Non dimentichiamo l’aspetto culturale del tramandare le ricette tradizionali e familiari ma anche il divertimento di realizzare piatti che abbiamo gustato in occasione di una vacanza, magari provenienti da culture diverse e lontane dalla nostra.

In conclusione, i benefici psicologici e sociali si rafforzano reciprocamente. Proprio l’equilibrio tra queste due dimensioni rende la cucina un’attività quotidiana capace di favorire contemporaneamente il benessere della persona e la qualità dei suoi rapporti con gli altri. Per tutti questi motivi, cucinare può essere considerato molto più di un semplice compito domestico. L’autrice del libro che ho citato all’inizio di questo post, Ella Risbridger, scrive: «Non so se definirlo terapeutico. Ma intendo dire che cucinare aiuta nei momenti difficili, ti dà qualcosa di concreto da fare, con le tue mani e con la tua mente. Serve a stabilire connessioni con il mondo fisico. A non lasciarsi trasportare dai sentimenti. E a stare in relazione con le altre persone: quando si mangia assieme, si parla e ci si capisce di più». Cibo consolatorio: questa è la definizione che mi viene in mente. E Dio sa quanto abbiamo bisogno di consolazione, ogni giorno. Come dice Julia Child: «Perché mi piace cucinare? Perché dopo una giornata in cui niente è sicuro, e quando dico niente voglio dire n-i-e-n-t-e, una torna a casa e sa con certezza che, aggiungendo al cioccolato rossi d’uovo, zucchero e latte, l’impasto si addensa: è un tale conforto!»

 

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