«Stare a tavola insieme, specialmente nei giorni di riposo e di festa, è un segno di pace e di comunione, in ogni cultura.» Che frase meravigliosa! L’ha pronunciata Papa Leone XIV in occasione dell’Angelus del 31 agosto 2025. È consolante constatare che anche il nuovo Pontefice, come peraltro ha fatto il suo predecessore, lancia dei messaggi veramente importanti anche a proposito della cultura della convivialità, considerando la tavola come occasione di relazione: «Avere ospiti allarga lo spazio del cuore e farsi ospiti chiede l’umiltà di entrare nel mondo altrui. Una cultura dell’incontro si nutre di questi gesti che avvicinano.»
Commentando l’episodio evangelico che vede Gesù invitato a pranzo da uno dei capi dei farisei (Luca 14), il Santo Padre fa notare che il Signore «era guardato con un certo sospetto dai più rigorosi interpreti della tradizione. Ciò nonostante, l’incontro avviene, perché Gesù si fa realmente vicino, non rimane esterno alla situazione. Egli si fa ospite davvero, con rispetto e autenticità. Rinuncia a quelle buone maniere che sono soltanto formalità».
Quando viene eletto un nuovo Papa si vuole sapere tutto di lui, e anche questa volta i giornalisti sono andati a caccia di informazioni sulla sua vita privata e anche sui suoi gusti gastronomici. D’altronde, come diceva il gastronomo Brillat-Savarin, “Dimmi come mangi e ti dirò chi sei”: dal rapporto con il cibo si può intuire molto della personalità di un uomo e le cose che sono emerse su di lui sono davvero interessanti. Da un sito americano di cultura cattolica apprendiamo che sua madre Mildred era un’ottima cuoca, che cucinava volentieri per gli amici allestendo grandi tavolate. Questa ospitalità, che coltivava tradizioni gastronomiche e spirito di amicizia, ha segnato profondamente il giovane Robert Prevost, tanto da influenzarne il suo approccio pastorale. Prevost ama la pizza e la cucina italiana: il New York Times racconta che anche da vescovo e poi da cardinale faceva la spesa da solo e cucinava. A Roma ha imparato anche a preparare la carbonara. Il papa ama molto anche la cucina peruviana, in particolare il ceviche, un piatto tradizionale a base di pesce crudo, e lo stufato andino. Coloro che lo hanno accompagnato in viaggi apostolici raccontano che è sempre disponibile ad assaggiare piatti esotici e sconosciuti, anzi considera importante consumare i pasti in compagnia di chi lo ospita, mangiando tutto quello che gli viene offerto, proprio per avvicinarsi umanamente ai popoli che visita. Nelle Filippine non si è tirato indietro nemmeno quando gli hanno servito un balut, un uovo d’anatra fecondato che pare non essere proprio invitante, salvo poi raccontare di aver impiegato tre giorni per digerirlo!
Il 22 maggio, pochi giorni dopo l’elezione al soglio pontificio, in occasione della festa di Santa Rita da Cascia, gli è stata recapitata da un amico la “Torta della felicità” di Sant’Agostino, un dolce a base di farina di farro, mandorle e miele, di cui parla lo stesso Vescovo di Ippona in uno dei suoi dialoghi, il “De beata vita”. In quest’opera Sant’Agostino prende spunto dal pranzo per il suo 32° compleanno con la madre, il figlio e alcuni discepoli. La torta, preparata probabilmente da santa Monica, dà al santo l’occasione per paragonare il cibo del corpo a quello dell’anima: “Penso di dover offrire nel mio genetliaco un pranzo più abbondante non solo al nostro corpo, ma anche allo spirito”. Il dolce è così occasione per i convitati per discettare della ricerca della vera felicità, da cui il nome del dolce. La ricetta si è tramandata fino ai nostri giorni e la torta viene regalata come augurio di ogni bene soprattutto tra gli agostiniani, ordine dal quale come sappiamo il Papa proviene.
Sono belli questi aneddoti che rivelano la profonda umanità di Papa Leone. Ancora una volta il messaggio cristiano ci porta a riflettere sull’importanza della tavola come occasione di incontro, amicizia e comunione.