La tavola di Natale: trionfo del comfort food

Si avvicina il Natale e riprendono le buone tradizioni: si allunga il tavolo, si tira fuori dall’armadio la tovaglia delle grandi occasioni, si apparecchia con cura e soprattutto bisogna pensare al menu del pranzo di Natale. Un sondaggio della Coldiretti rivela che il 95 % degli italiani acquisterà prodotti nostrani: il 59 % perché li ritiene migliori e il 36 % perché vuole così aiutare la nostra economia. Ottima scelta: abbiamo la cucina migliore del mondo! Ho ripreso in mano il libro di ricette di Pellegrino Artusi e ho riletto il capitolo dedicato ai menu delle feste. Il pranzo di Natale non può certo mancare, accanto ad altre feste civili e religiose: Pasqua, la Befana, Carnevale, Pranzi di Quaresima (rigorosamente di magro ma senza rinunciare al gusto), festa dello Statuto. Il simpatico gourmet commenta che: «Il mondo ipocrita non vuol dare importanza al mangiare; ma poi non si fa festa, civile o religiosa, che non si distenda la tovaglia e non si cerchi di pappare del meglio.»

Per quanto riguarda Natale, il menu suggerito dall’Artusi è molto familiare e la domanda che mi sorge spontanea è: erano davvero tutti così i pranzi di Natale in Italia già alla fine dell’Ottocento o è l’Artusi che ha plasmato con i suoi consigli le abitudini delle famiglie della nostra penisola? Ecco cosa prevede il gastronomo: si comincia con crostini di fegatini di pollo, a seguire Cappelletti all’uso di Romagna. Prevede ben tre piatti di carne: cappone con uno sformato di riso verde; pasticcio di lepre; faraona. Per dolce consiglia il Panforte di Siena e il Pane certosino di Bologna, dolci tipici della Toscana e dell’Emilia Romagna, i due luoghi del cuore per lui, nato a Forlimpopoli e trapiantato a Firenze. Per concludere, gelato di mandorle tostate, che ricorda un poco la nostra abitudine di sgrassare un ricco pasto con un sorbetto.

Chissà se in qualche famiglia italiana ci si lascerà andare a scelte creative, nel nostro panorama gastronomico così globalizzato ed esotico. Chi ama la cucina giapponese metterà in tavola il sushi? Dubito fortemente, anche per non scandalizzare i nonni che si aspettano i cibi della tradizione. Ma non credo di essere lontana dal vero se dico che anche i più giovani, quelli che senza problemi si lanciano in esperimenti culinari con prodotti che vengono da lontano, amano il cous cous o le salse thailandesi, che non si fanno problemi a mangiare un hamburger davanti alla TV, quando però arriva il Natale vogliono i ravioli, il cappone ripieno e il panettone.

Tutti noi siamo cresciuti con i sapori della cucina familiare, poi col tempo assaggiamo piatti diversi, viviamo altre esperienze, possiamo lanciarci nell’avventura di sperimentare cucine esotiche anche senza viaggiare, grazie ai tanti ristoranti etnici che vengono su come funghi nelle nostre città. E’ divertente sperimentare nuovi sapori ma ognuno di noi resta attaccato alle tradizioni della propria terra non solo per una questione di abitudine al gusto ma perché il cibo è anche ricordo di una relazione, scambio di affetto, di parole, di discorsi.

L’emigrante che sente nostalgia della sua Patria, che si sente smarrito in un ambiente nuovo e spesso ostile, si rassicura mantenendo intatte le sue tradizioni culinarie, come se fossero un ponte che lo tiene legato alle sue origini culturali. Pensiamo alle feste tradizionali e ai banchetti di matrimonio nei quali le comunità etniche mettono in tavola le ricette popolari che si tramandano di generazione in generazione.  Il cibo è anche ricostruzione di legami sociali e forte simbolo identitario. Se io andassi a vivere in un altro continente, a Natale mi farei spedire sicuramente un Panettone!

Gli psicologi lo chiamano “comfort food”: sono i piatti che rendono felici, quelli che non appagano solo lo stomaco ma anche lo spirito, quelli che suscitano in noi emozioni positive. Ci sono bocconi carichi di ricordi, come la Madeleine di Proust; ricette del cuore, che evocano nostalgie e che ci rassicurano, che associamo a memorie piacevoli.

Perché non mangiamo solo per nutrirci o per appagare piaceri sensibili: abbiamo bisogno di essere rassicurati, di provare sensazioni di appartenenza ad una comunità, di sentire la vicinanza di persone care.

Auguro a tutti voi di trovare a Natale una tavola buona e accogliente, con una bella comunità familiare e dei piatti che siano davvero il vostro “comfort food”, quello che ci dà pace e speranza.

Buon Natale a tutti gli amici del Blog Pane & Focolare!

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