La tavola e quella giusta distanza tra di noi

Per ben tre volte, nella stessa giornata, leggo in tre contesti diversi il concetto della giusta distanza. Non può essere un caso, è chiaramente un segnale che mi viene lanciato e non posso ignorarlo. In effetti di fronte alle cose che guardiamo possiamo essere troppo lontani, così da non vedere praticamente nulla, oppure troppo vicini, con la conseguenza di concentrarci su qualche dettaglio ma con il rischio di perdere la visione d’insieme. Questo accade non solo di fronte ad un quadro o ad un avvenimento, ma anche tra le persone. C’è chi soffre per la nostra lontananza, non solo fisica ma anche affettiva, per la mancanza di empatia e di vero interesse per la sua vita. E ci sono persone che al contrario sono infastidite se stiamo loro troppo addosso, se entriamo a piedi uniti nelle loro giornate con un’invadenza poco rispettosa.

Una meditazione dell’episodio del Vangelo che ha come protagonista Zaccheo mi ha sollecitato riflessioni anche sul fatto che davanti alle cose o alle persone siamo non solo troppo lontani o troppo vicini, ma potremmo essere anche troppo in basso o troppo in alto. Conosciamo la storia di Zaccheo: sa che Gesù passerà per la sua città, Gerico, ma essendo piccolo di statura teme di non vederlo, tra la folla che si accalca; allora si arrampica su un sicomoro. Esiste una distanza sbagliata quando siamo troppo piccoli davanti alle cose e queste ci passano davanti senza che ce ne accorgiamo; quella piccolezza può essere magari il simbolo di una frustrazione, di un’insicurezza, di quella spiacevole sensazione di essere sempre inadeguati e con uno spiacevole complesso di inferiorità che ci blocca nel rapporto con gli altri, che vediamo sempre sopra di noi. Zaccheo non si arrende e reagisce salendo sulla pianta, una strategia creativa ed apprezzabile per vedere il Messia ma la visione è sempre ad una distanza sbagliata: dall’alto lo vede ma non entra in nessuna vera relazione con lui. Pensiamo a quello che accade quando siamo superbi, quando guardiamo tutti dall’alto in basso, quando pensiamo di conoscere la realtà solo perché siamo persone importanti e occupiamo poltrone di prestigio. Il mondo passa sotto di noi, crediamo di sapere tutto ma non cogliamo in profondità il significato di ciò che sta accadendo.

La soluzione viene da quel genio della comunicazione che è Gesù: «Zaccheo, scendi dalla pianta, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Un autoinvito in piena regola, di quelli che a volte mettono in crisi una padrona di casa che deve in quattro e quattr’otto mettere qualcosa sul fornello, inventandosi un menu con un po’ di creatività e improvvisazione. Ma la soluzione proposta da Gesù è proprio azzeccata: seduti a tavola la distanza è perfetta, ci si guarda negli occhi, nessuno è in posizione di superiorità o di inferiorità rispetto all’altro. Si può finalmente parlare su un piano di parità, ci si può conoscere intimamente senza filtri sbagliati. Ci può essere un capotavola per l’ospite di riguardo, ma i piatti sono gli stessi, il cibo è lo stesso, la comunità intorno a quel desco può sentirsi davvero unita. E’ un genio re Artù che vuole una tavola rotonda per sé e i suoi cavalieri, per indicare la pari dignità e la fratellanza tra quei commensali.

La tavola è davvero un luogo dove realizzare quella giusta distanza che ci permette di guardare le cose come sono, di essere davvero noi stessi senza imbarazzi. Rispetto agli amici o ai familiari seduti con noi non siamo né troppo lontani né troppo invadenti, nessuno è inferiore né superiore agli altri. Come ricorda il mantra del mio blog: “Se mangi con qualcuno, passi subito ad un livello più alto di amicizia”. (E magari se l’ospite è Gesù ci scappa anche una straordinaria conversione di un peccatore incallito come Zaccheo!).

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