La tavola della famiglia: un’ispirazione anche per i finalisti di MasterChef

Si è conclusa anche la decima edizione di MasterChef, una trasmissione che, come vi ho già raccontato (leggete qui), nelle sue prime edizioni non ha incontrato il mio favore: non apprezzavo l’atteggiamento dei giudici, chef famosi che assumevano in modo a tratti caricaturale e artefatto la parte dei cattivissimi, non esitando a manifestare scarso rispetto verso i concorrenti, con durezza e altezzosità. Ho decisamente apprezzato il progressivo cambio di tono, anche grazie all’ingresso di Giorgio Locatelli: elegante e serio, se deve portare critiche ai concorrenti lo fa senza umiliarli, ma con l’autorità di un maestro che vuole fare crescere l’allievo (ne ho già parlato, leggete il mio post). Da apprezzare anche la simpatia di Antonino Cannavacciuolo e la serietà dell’eclettico Bruno Barbieri. Un terzetto affiatato e brioso.

Nell’ultima puntata i tre concorrenti finalisti hanno presentato i loro menu: mi ha profondamente colpito il fatto che tutti e tre hanno scelto dei piatti molto creativi e sofisticati ma con un elemento in comune: il forte riferimento alla loro famiglia, alle esperienze d’infanzia della tavola dei nonni.

Cominciamo dal vincitore, Francesco Aquila, uno che durante il talent show ha parlato spesso dei suoi genitori e della sua bambina, del suo desiderio di impegnarsi e arrivare alla vittoria per aiutare la sua famiglia. Giorgio Locatelli nel tracciare un suo profilo umano gli ha detto: «Hai sorriso a tutti, hai aiutato tutti, eravamo noi a doverti ricordare che quelle stesse persone a cui davi una mano avrebbero potuto toglierti qualcosa». Aquila ha risposto: «Chef, l’amicizia è insostituibile nella vita». 

Con questo bagaglio di umanità, ha presentato il suo menu: «My way – la mia strada dall’infanzia ad oggi.  Ci saranno i miei ricordi, la mia famiglia, le consapevolezze. Dovevo solo guardare indietro e ricordare». Il suo primo piatto si chiama Tavola pronta: «Ci saranno gli ingredienti che erano certezze sulla tavola dei miei nonni.»

Per il vincitore, la tradizione non deve essere mai dimenticata, anche laddove c’è innovazione: uno dei piatti del suo menu è una rivisitazione di fave e cicorie, un piatto povero ma molto gustoso della tavola di famiglia. Anche per il dolce si è fatto ispirare dai ricordi, in particolare dalla scarcedda, un dolce tipico pugliese che la zia pasticcera gli preparava sempre quando con la famiglia andava al Sud per le vacanze. La voce tradisce una forte emozione: «Sono tutti piatti che ho fatto pensando a delle persone e a dei momenti specifici della mia vita

Anche Antonio Colasanto, il concorrente che all’inizio del percorso di MasterChef aveva manifestato un carattere freddo e razionale, presenta un menu che racconta i suoi ricordi e le sue emozioni. La domenica in Irpinia di un novarese è il titolo creativo per un risotto che gli ricorda «i momenti di ritrovo con la famiglia, quando arrivavano le tanto desiderate vacanze e si andava al Sud per ritrovarsi con la famiglia». Il secondo è ispirato dal piccioncino in umido che gli faceva la nonna paterna Emma: «E’ il piatto che farei a mia nonna se fosse ancora qui». E mentre Antonio racconta, la telecamera inquadra suo padre che si asciuga le lacrime al pensiero di quel legame così speciale tra suo figlio e la nonna.  Il dolce racchiude i ricordi della sua infanzia pisana, quando alla festa di san Ranieri mangiava la torta coi bischeri e sgranocchiava i brigidini di Lamporecchio, e Antonio si commuove ricordando il Lungarno illuminato sul quale passeggiava con la mamma e la nonna materna: «A Pisa ho lasciato un pezzo di cuore

La terza concorrente finalista è la dolcissima ma tenace Irene Volpe, che nel presentare la sua ultima portata, Panpapato, si emoziona raccontando che è ispirata ai biscotti di Natale che preparava insieme a sua nonna, un ricordo per lei «molto, molto, molto importante» e quel triplice molto detto con la voce rotta dalla commozione dice tutto. «Non avrei mai conquistato questa finale se non fosse stato per mia nonna!».

Tutti noi cresciamo immersi nei sapori della cucina familiare, poi crescendo assaggiamo piatti diversi, magari migliori; viviamo altre esperienze, possiamo lanciarci nell’avventura di sperimentazioni creative, eppure ognuno di noi resta attaccato alle tradizioni della propria terra non solo per una questione di abitudine al gusto ma perché il cibo è anche ricordo di una relazione, scambio di affetto, di parole, di discorsi. Ho apprezzato questa finale di MasterChef proprio perché il tema del cibo come relazione affettiva ha fatto irruzione in quella cucina così innovativa, nella gara così sofferta e faticosa. La famiglia, gli affetti, la cucina come dono d’amore non sono ostacoli al successo, anzi si rivelano la chiave per il decollo verso traguardi prestigiosi. La tavola di quelle nonne è stata la rampa di lancio per il successo dei loro nipoti.

Dopo l’ubriacatura del Sessantotto con i suoi slogan “Non abbiamo bisogno di padri”, è bello vedere giovanissimi concorrenti di un talent show, moderni e fantasiosi, con tanta voglia di lanciarsi nei progetti della vita, che non temono di mostrare le loro radici come ispirazione verso il futuro, che abbracciano i loro genitori con riconoscenza, che parlano delle loro nonne con gli occhi lucidi per le lacrime. Concetti espressi bene anche dal giudice Giorgio Locatelli: «Il motivo principale per il quale ho accettato questa sfida è proprio riuscire a trasmettere alle nuove generazioni che la cucina è un atto d’amore. Non uno show. In cucina non esisti solo tu, lo fai per gli altri. La mia regola è sempre stata questa. Quando mi metto davanti ai fornelli penso sempre a mia nonna: lei cucinava per noi. Un atto, il suo, di incredibile impegno di tempo e di passione. Basta esibizionismi. Il segreto del mio, del nostro successo (e guarda la moglie Plaxy che lo osserva dall’altro capo della tavola con sguardo adorante, ndr) è che pur avendo la stella abbiamo mantenuto come punto centrale la convivialità. Il riunirsi attorno alla tavola. Sì a cani e bambini. E se qualcuno storce il naso, pazienza. Attorno alla mia tavola c’è la vita, quella vera». (Corriere della Sera, 7 luglio 2018. Intervista di Angela Frenda).

 

Alcune delle foto a corredo di questo post sono tratte dal sito ufficiale della trasmissione. Questo blog è una pagina Web personale e senza fini di lucro. Non rappresenta una testata giornalistica in quanto aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Qualora la pubblicazione di testi o immagini inseriti nel blog violasse eventuali diritti d’autore, vogliate comunicarlo via e-mail e saranno immediatamente rimossi. 

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