La tavola del pellegrino di Santiago de Compostela

Il pellegrinaggio è una pratica antichissima: si intraprende per fare penitenza, per devozione, per un maggiore incontro spirituale con Dio, per vivere un’esperienza personale intensa. Si abbandonano le proprie abitudini e comodità e si affronta la fatica e il disagio del cammino, spinti dalla bellezza e dall’importanza dell’obiettivo, della meta. Uno dei cammini più famosi è certamente quello di Santiago de Compostela, sulla tomba dell’apostolo Giacomo. Il mio amico di vecchia data (e giornalista) Marcello Parilli nel mese di maggio del 2006 ha compiuto l’impresa, ha percorso oltre 800 chilometri a piedi, da Saint-Jean-Pied-de-Port nei Pirenei francesi per giungere dopo 29 giorni a Santiago. Ho ascoltato molti racconti di questa sua straordinaria esperienza, ma mi era rimasta qualche curiosità a proposito dei pasti del pellegrino. Ecco cosa mi ha raccontato nel corso della nostra piacevole chiacchierata.

Marcello, noi mangiamo per il nostro necessario nutrimento ma nel cibo ci sono sempre aspetti antropologici, psicologici, sociali. Come vive da questo punto di vista un pellegrino i momenti dei pasti?

Nel corso del Cammino il riposo e l’alimentazione sono più che necessari: alla fine di ogni tappa si è stanchissimi e si è molto affamati, c’è bisogno di recuperare le forze col riposo e col cibo. Si comincia a camminare alle 5 e mezza/6 e gli ostelli non sono sempre attrezzati per il servizio di prima colazione, quindi si parte digiuni, a meno che non si abbia già con sé qualcosa di pronto. Visti gli orari legati alle abitudini spagnole,  bisogna aspettare fin verso le nove per trovare qualche bar aperto, dove si può fare finalmente colazione. Il pranzo generalmente è leggero, un panino, frutta e verdura, non si fanno mai lunghe soste lungo il cammino. Bisogna pensare che la giornata del pellegrino comincia presto e finisce presto (si arriva nell’ostello appena dopo pranzo).

Il vero pasto è quello della sera che è finalmente non solo l’opportunità di nutrirsi adeguatamente per recuperare le forze, ma anche un’occasione di socialità: ci si trova in ostello con altri pellegrini – con alcuni di loro c’è stata occasione di fare conoscenza nei giorni precedenti – e si decide di andare a mangiare insieme. Negli ostelli più grandi ci sono degli spazi comuni a disposizione degli ospiti. Si fa una piccola spesa nei negozi del villaggio e si cena in compagnia, condividendo quello che si è comprato. Oppure si va a mangiare nelle trattorie che ci sono nei paesi lungo il Cammino, attività nate storicamente proprio per l’accoglienza dei pellegrini.

Cosa prevede il menu? Immagino che ci sia un buon rapporto qualità/prezzo.

Il c.d. Menu del pellegrino ha un costo fisso e basso, con porzioni molto generose rispetto allo standard normale: puoi anche chiedere liberamente un bis. In genere c’è una pasta, poi carne e verdura, frutta e vino da menù turistico. La qualità è varia: a volte si mangia molto bene, a volte meno, ma si ha fame e va bene così. Lo spirito con il quale si vive quell’esperienza fa sì che ci si adatti facilmente: si mangia volentieri di tutto perché dopo 20-30 km di cammino bisogna proprio ricostituire le forze e le riserve per il giorno seguente. Bisogna mangiare il giusto e il necessario.

C’è poi chi non vuole rischiare e si organizza per non rinunciare al gusto di casa: ho incontrato due italiani che si erano addirittura portati pasta, pelati e parmigiano dall’Italia, caricati su zaini con le ruote, per farsi ogni tanto un primo piatto senza compromessi!

D’altronde, ci vuole la carica giusta per camminare. La cena, come hai già detto, è però non solo momento di nutrimento ma anche occasione di incontro e relazione. Come si vive il rapporto con gli altri pellegrini con i quali si condivide la tavola?

Ci si trova a tavola tranquilli, finalmente rilassati, non c’è altro da fare che scambiare quattro chiacchiere. E’ piacevole, l’ambiente è molto variegato, ci sono pellegrini che vengono da ogni angolo della terra, la conversazione è sempre interessante. C’è molta voglia di stare insieme e di parlare: c’è quello che racconta la propria storia religiosa e quello che ha voglia di sapere tutto sulla politica italiana! Il bello è che non ci sono filtri: tutti in pantaloncini e maglietta, non ci sono pregiudizi sociali e ci si rivolge l’un l’altro con semplicità e senza preconcetti.

In questo contesto, hai notato una maggiore generosità e voglia di condivisione rispetto al solito?

Quando si fa la spesa e poi si mangia tutti insieme, si usa ed è spontaneo mettere a disposizione di tutti quello che si è comprato: c’è molto altruismo e una grande apertura di fondo. Questo permette anche di assaggiare tante cose diverse, ad esempio formaggi e salumi del posto: quello scambio generoso ha quindi anche il vantaggio di conoscere prodotti locali fino a quel momento mai provati.

C’è un episodio in particolare che mi è rimasto impresso: ho conosciuto un ragazzo ungherese che ha fatto il cammino senza soldi, con l’obiettivo di arrivare a Santiago in povertà assoluta. Per dormire chiedeva all’ostello di dormire gratis (spesso la quota per dormire all’ostello è un’offerta libera, c’è chi dà di meno e chi dà di più). Per mangiare, si affidava alla generosità degli altri, quello che trovava, che avanzava dai pasti altrui. Quando lo abbiamo conosciuto e abbiamo saputo la sua storia, da quel momento c’era sempre qualcuno che si organizzava per comprare qualcosa in più per lui. Anche questo è lo spirito che si può vivere lungo il Cammino.

C’è qualche episodio che ricordi con particolare simpatia, qualche pasto un po’ diverso dal solito?

A Melide, in Galizia, ho voluto fermarmi a mangiare alla Pulperìa di Ezequiel, perché tutti me ne avevano parlato come di un locale mitico: pare che ogni pellegrino amante del pesce desideri fermarsi per assaggiare il suo famoso polpo, servito in porzioni molto generose su un grande tagliere di legno. Ogni giorno preparano decine e decine di polpi, alla brace o bolliti, con salse deliziose. Il locale è rustico, gli avventori si siedono sulle panche e mangiano su tavolacci di legno, ma ti assicuro che il polpo era davvero meraviglioso. Magari è per tutto il contesto, ma io me lo ricordo come uno dei migliori polpi della mia vita.

Un’altra esperienza che ricordo è quella del cocido che ho mangiato nella provincia di Léon. Si tratta di un bollito di carni miste che viene servito con ceci e verdure. Dovevo arrivare ad un ostello che si trovava in cima ad una salita, su un colle dove c’è un paese crollato dopo un terremoto e ormai abbandonato dagli abitanti ma dove avevano riaperto un ostello. Era l’ora di pranzo, che come dicevo normalmente è molto frugale, ma proprio prima della salita che mi attendeva c’era un ristorante dove preparavano questo famoso cocido e così ho deciso di concedermi questo strappo alla regola.

Mi sono accomodato ad un tavolo di un enorme salone e hanno cominciato a portare almeno sei portate, prima la zuppa di ceci, poi le verdure, gli insaccati, i bolliti, pancetta, testina, tutto squisito ma in una quantità enorme! Mi sono alzato sentendomi molto appesantito e mi chiedevo come avrei fatto ad affrontare quella salita.  Mi sono avviato e improvvisamente ho cominciato a camminare a passo spedito, come se mi avessero dato un carburante potentissimo, ad una velocità per me anomala, considerando anche il peso dello zaino. Incredibile a dirsi, grazie a quella botta di energia non ho sentito la fatica e sono arrivato in cima alla collina che avevo addirittura fame.

Ho avuto la dimostrazione del vantaggio che porta al nostro corpo fare un’intensa attività fisica, per bruciare eventuali strappi nell’alimentazione.

Mi raccontavi che il vino nelle trattorie del pellegrino è quello tipico da menù turistico, è giusto che sia così per venire incontro alle esigenze di tutte le tasche. Ricordiamo poi che stiamo parlando di un pellegrinaggio, non di un percorso eno-gastronomico. Ci sono però, anche a proposito del vino, dei ricordi caratteristici?

Il più curioso è quello della fontana del vino presso la località di Ayegui: è la Fuente de Irache. La cantina produttrice del vino ha installato questa fontana con due rubinetti, uno di acqua e uno di vino. La targa posta accanto alla fontana spiega lo spirito dell’iniziativa: “Pellegrino! Se vuoi arrivare a Santiago con forza e vitalità, bevi un sorso di questo grande vino e brinda alla felicità!”. Il vino è a disposizione del pellegrino che passa ed è offerto gratis, con l’invito però di non portarne via; si può naturalmente entrare nell’azienda vinicola e comprarne una bottiglia.

 

Grazie, Marcello, per i tuoi ricordi. Se il pellegrinaggio è metafora della vita, se siamo in fondo tutti pellegrini verso una meta, anche a tavola il pellegrino di Santiago è un modello per la nostra vita di tutti i giorni. C’è la semplicità che va all’essenziale, la capacità di adattamento, accettando di buon grado quel che passa il convento, praticando la virtù della temperanza; la ricerca di occasioni per entrare in relazione, per aprirci al nostro prossimo sfruttando la bellezza della convivialità; la generosa condivisione con chi ha più bisogno. C’è anche l’occasione per premiarci ogni tanto, perché la gratificazione a tavola con qualche piatto gourmet aiuta ad attenuare la fatica del Cammino. Ma sempre con ben chiaro il nostro obiettivo: arrivare alla meta.

Un commento su “La tavola del pellegrino di Santiago de Compostela

  1. […] QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DA PANE & FOCOLARE […]

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