La bellezza del refettorio monastico

L’11 luglio la Chiesa ricorda San Benedetto, Padre del monachesimo occidentale. Nel mio blog ne ho parlato spesso perché nella sua Regola molti capitoli sono dedicati al refettorio e ai suoi riti, alla cucina e alla sua organizzazione. Per una comunità monastica (ma vale per tutte le comunità, a partire dalla famiglia) è molto importante il pasto preparato e consumato insieme, perché a tavola si costruiscono relazioni, si cementa l’unione, si pratica la carità e la creatività, si nutre il corpo ma anche l’anima, si sfruttano i talenti e si insegna la disciplina. Non mi ripeto perché potete andare a curiosare nel blog alla ricerca dei post dedicati alla cucina monastica: ho parlato di team coaching in monastero, del progresso dell’Europa anche a tavola grazie alle tradizioni e alle buone pratiche delle abbazie, di cosa si mangiava e secondo quali riti, della dieta dei Templari, della birra trappista e molto altro.

Oggi vi voglio raccontare qualcosa sull’architettura dei refettori monastici: sono eretti parallelamente alla chiesa, nel lato meridionale del chiostro, con grandi finestre per sfruttare la luce e il calore del sole, così da favorire il piacere del pasto e la digestione, soprattutto nei freddi mesi invernali. Normalmente si arreda la sala con i tavoli a fratina, cioè lunghi e stretti; i monaci si siedono su un solo lato, con le spalle al muro, creando il senso di comunità. Sul lato corto, di fronte all’ingresso, c’è il tavolo dell’abate.

Ecco il refettorio dell’Abbazia di Solesmes, famosa per avere sempre coltivato la tradizione del canto gregoriano. Nell’immagine vedete bene il gradino sul quale sono posti i fratini di legno, consentendo così al monaco che serve a tavola di non doversi chinare nel porgere i piatti e i vassoi: non solo bellezza ma anche praticità e funzionalità. Le grosse colonne e il pulpito dal quale un monaco legge un testo spirituale trasmettono un’immagine di sacralità al luogo e al rito del pasto consumato tutti insieme.

Anche il refettorio dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, vicino a Siena, comunica un senso di grandiosità e spiritualità, con il suo grande soffitto a volte, gli affreschi del Seicento e sulla parete di fondo una tela che raffigura l’Ultima Cena.

 

La Certosa di Calci, in provincia di Pisa, ha le pareti decorate da grandi affreschi che raffigurano alcuni pranzi della Bibbia: il banchetto di Erode e il martirio del Battista; le nozze di Cana; Gesù a cena a casa del fariseo, con la Maddalena ai suoi piedi; il banchetto in onore del figliol prodigo. Significativi due affreschi legati alla storia dell’ordine certosino: nel primo è ritratto il refettorio della Certosa di Parigi nel quale la regina Caterina dei Medici serve umilmente i monaci; nel secondo vediamo il granduca di Toscana Cosimo III ospite alla tavola della Certosa di Calci.

Le cucine monastiche hanno non solo un’attenzione alla funzionalità e alla praticità ma anche una grande cura della bellezza. Nella cucina del monastero cistercense di Alcobaça in Portogallo il visitatore è colpito non soltanto dall’enorme camino posto al centro dell’ambiente ma anche dalla vasca dei pesci, collegata al vicino canale, a sua volta collegato al fiume. I pesci nuotando passavano dal fiume al canale e da questo finivano direttamente nella vasca della cucina, dalla quale il cuoco all’occorrenza prendeva con facilità il pesce e lo cucinava. Altro che chilometro zero! Freschezza garantita.

L’Abbazia di Fontevraud, nella Regione francese della Loira, è famosa per i suoi tanti comignoli: l’interno ottagonale ha infatti in ogni lato un grande camino. L’edificio è staccato dal resto dell’abbazia, soprattutto per motivi di sicurezza: se fosse scoppiato un incendio, il resto dell’abbazia non avrebbe corso il rischio di essere a sua volta colpito dalle fiamme. Nel monastero, attenzione estetica e funzionalità vanno a braccetto.

 

Nell’antichissima Abbazia benedettina di Praglia, in provincia di Padova, il refettorio è davvero monumentale ed elegante, con i suoi stalli settecenteschi in radica di noce, ognuno con un’iscrizione diversa che fa riferimento al cibo. Alcuni esempi? Ne quid nimis, cioè Niente più del necessario, oppure Sero venientibus ossa, che significa Ai ritardatari solo le ossa!

Concludo la carrellata (ma molto altro ci sarebbe da raccontare) con il refettorio dell’Abbazia di Casamari, in provincia di Frosinone. Varcata la soglia ci si trova in un luogo sacro e solenne, luminoso grazie alle grandi finestre ma con gli spazi scanditi da due navate, dalle alte campate e da colonne cilindriche con capitelli ottagonali.

E’ splendido vedere tanta bellezza in un refettorio e in una cucina. Si coglie subito il senso profondo della tavola per la comunità monastica: è un luogo sacro nel quale si esprime la vita fraterna e comunitaria. E’ importante che sia così anche nelle nostre case, per esprimere con la bellezza dei nostri ambienti il valore del cibo consumato insieme e la gioia della fratellanza intorno alla tavola.

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