L’altra parte del letto, ovvero: il lockdown come opportunità

De l’autre coté du lit” (Francia, 2008) è un film con Sophie Marceau e Dani Boon (quello del film “Giù al nord”, tanto per intenderci). Bisognerebbe chiedere a chi si è inventato il titolo del film per il pubblico italiano il perché della sua scelta sconsiderata: “Sarà perché ti amo”. Il titolo originale francese rende sicuramente meglio il messaggio del film: l’importanza, in un matrimonio, di mettersi nei panni del coniuge. Ariane e Hugo, una coppia in piena crisi, accolgono l’invito del coach matrimoniale e si scambiano i ruoli: lui resta a casa con i figli e lei prende il posto del marito a capo di una piccola azienda. Ariane comprende ben presto quante preoccupazioni il marito abbia sul lavoro e Hugo si trova in difficoltà di fronte alle quotidiane incombenze del ménage casalingo, da lui troppo spesso sottovalutate.

Se il lockdown al quale siamo stati sottoposti non ha provocato un vero e proprio scambio dei ruoli, ha però messo i coniugi in condizione di toccare con mano come trascorre le giornate il partner.Con alcune amiche facevamo una constatazione: siamo coppie ormai navigate, con più di 30 anni di matrimonio alle spalle, eppure non abbiamo mai trascorso così tanto tempo insieme ai nostri mariti. La situazione non è nemmeno paragonabile alla vacanza, quando siamo in una dimensione diversa da quella quotidiana, e poi nemmeno in quel caso siamo sempre insieme, io vado in spiaggia e lui preferisce starsene sotto il portico a leggere, io preparo la cena mentre lui fa un giro in bicicletta in pineta. Ora la famiglia è chiusa in casa e tutto si svolge tra quelle quattro mura: il lavoro di lui e quello di lei, la scuola dei bambini e la spesa fatta online.

Si può vivere la situazione in molti modi, con insofferenza e voglia di scappare, ma chissà, potrebbe anche essere un’opportunità. Cosa ne sa davvero la moglie del lavoro del marito? In questi giorni, mentre lui lavora al tavolo del soggiorno, lei vede quante telefonate lui deve fare e quante ne riceve, quante conference call stressanti deve affrontare con clienti ostici, quanta pazienza deve mettere nel gestire una trattativa, quanto materiale è costretto a leggere e studiare per poter agire al meglio nel suo ambito professionale. Se anche lei è in smart working, la cosa è reciproca.

Parliamo della scuola: la didattica a distanza ha consentito ai genitori di capire meglio il rapporto con gli insegnanti e con i compagni di scuola, ha investito anche i papà di una conoscenza più precisa di quello che stanno vivendo i loro figli. E poi c’è la gestione della casa: in questo periodo i papà vengono catapultati in un mondo fatto di incombenze che ci sono 7 giorni su 7 h24. Probabilmente non vedono l’ora di tornare nella tranquillità del loro ufficio, ma hanno l’opportunità di capire cosa vuol dire non tanto fare lavatrici e pulizie, ma soprattutto gestire le ansie degli adolescenti, la vivacità dei più piccoli e le tante piccole e grandi emergenze di ogni giorno.

Ora che siamo nella fase 2, vedo molti papà con i loro bambini che vanno al parco in bicicletta, che entrano in una chiesa per un momento di preghiera davanti all’altare della Madonna, che giocano con loro nel giardino di casa, tutto questo durante i giorni feriali. Quando mai accade? Si dice che quest’epoca considera il padre come il grande assente: la pandemia ha riportato prepotentemente la sua presenza al centro della famiglia.

Ho un amico che ha scoperto di avere un talento come panificatore e sforna tutti i giorni pane e focaccia; la cucina è un’attività da gestire con intelligenza, viste le difficoltà nel fare la spesa, ma è anche un’occasione di creatività, un momento di team building, luogo di gratificazione e piacere quotidiano.

La famiglia si è trasformata in una comunità monastica, dove all’interno della casa, senza mai uscire se non è strettamente necessario, ognuno svolge le proprie incombenze e porta a termine i propri incarichi, stando gomito a gomito con i propri familiari, sostenendosi l’un l’altro. Almeno così ci si augura. È una situazione che ricorda, in un certo senso, quella delle civiltà contadine di un tempo, dove il lavoro e le incombenze domestiche erano portate avanti da tutti, uomini, donne, ragazzi, fianco a fianco, senza disperdersi in tanti luoghi e contesti diversi, con grande senso di unità e solidarietà.

Quando tutto questo sarà finito, ognuno tornerà ai propri luoghi abituali, in ufficio, a scuola, ma con una maggiore consapevolezza e comprensione di quello che stanno facendo nel frattempo i propri familiari. Non sono un’illusa, so che non sarà così dovunque. Ma è un’opportunità, un modo di vedere questi giorni non solo come una grande crisi ma anche come un’occasione da cogliere.

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