Manifesto in difesa della merenda (quella vera)

Quanto è bello il momento della merenda! La parola viene dal latino, dal verbo merere, meritare, la Treccani dice che è un gerundivo neutro plurale e letteralmente vuol dire “cose da meritarsi”. La merenda nasce come piccolo premio che si dava ai bambini dopo che avevano compiuto il loro dovere, poi è diventato semplicemente lo spuntino che si fa a metà mattina o nel corso del pomeriggio.

A scuola quanto era agognato il momento dell’intervallo: pausa ristoratrice, per fare quattro passi in corridoio oppure in cortile. Era il momento delle chiacchiere, dei saluti agli amici delle altre classi, e poi si tirava fuori dalla cartella la merenda che la mamma ci aveva preparato. Dopo 3 ore di studio in classe, il calo di zuccheri richiedeva proprio uno spuntino. Nel mio liceo c’era anche il bidello che vendeva le focacce. Poi a casa, nel pomeriggio, dopo un paio d’ore di compiti, io prendevo il pane con la marmellata o col prosciutto. Mia nonna invitava spesso a casa delle amiche e preparava una torta: in quel caso, la merenda era particolarmente gustosa. C’erano già le merendine confezionate (ehi, non sono così vecchia …), io adoravo quelle al riso soffiato, ma erano l’eccezione alla regola. Insomma, la merenda era fatta in casa ed era un momento sano e sempre piacevolissimo.

Oggi il mondo della tavola e della cucina ha subito un grande cambiamento, sulla scia delle forti trasformazioni dello stile di vita e delle abitudini familiari. Anche la merenda è cambiata: non solo non è più qualcosa che si merita, ma non è nemmeno un gesto specifico, nel corso di una giornata scandita da ritmi regolari. Oggi si parla al diminutivo, non c’è più la merenda ma la  merendina, perché la legge del marketing ha affibbiato quella parolina magica agli snack industriali, forse per trasmettere l’idea della loro leggerezza, quasi a minimizzare quel gesto, sottintendendo che, essendo piccoli bocconi, ne puoi prendere quanti ne vuoi. Soprattutto sono confezionati, facili da trasportare, sempre in tasca. Il vecchio rito della merenda era sicuramente informale, ma era pur sempre un rito, aveva un suo tempo e un suo spazio, era segno di una civiltà e frutto di una relazione interpersonale. 

La merendina oggi viene consumata per strada, davanti al pc, in metropolitana, magari anche durante la lezione o mentre si lavora in ufficio. Non c’è più il concetto di pausa, arriva la fame ed ecco lo snack a placarla, in ogni momento e in ogni luogo. Ci sono addirittura i prodotti che sostituiscono il pasto completo, barrette che dovrebbero garantire l’apporto nutrizionale necessario ma senza ingrassare.

Non ho competenza per giudicare la qualità della produzione dell’industria alimentare, a ognuno il suo mestiere. Ma mi azzardo a dire che quando i bambini mangiavano pane e marmellata e bevevano spremute d’arancia e poi andavano a correre in cortile con gli amici, c’erano meno bambini obesi. Oggi passano troppo tempo davanti ai videogiochi o alle serie tv, mangiando merendine e bevendo bibite gassate. Altro che merenda meritata, il gesto è quasi scontato, preteso, quindi ha perso a poco a poco il suo valore e alla fine anche il suo piacere.

Il problema non è (solo) quello della quantità di zuccheri, grassi e carboidrati. La morte del rito della merenda è la morte di un tempo e di uno spazio. Come ricorda la Bibbia: «Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.» (Qoelet, 3). Parafrasando il celebre brano biblico, c’è un tempo per studiare e un tempo per fare merenda, un tempo per digiunare e uno per mangiare. Si mangia con più piacere, con più gusto, quando il cibo è consumato seguendo un rito, sotto lo sguardo di una mamma o di una nonna che hanno preparato un gustosa merenda, sguardo ricambiato dal sorriso del bambino al quale brillano gli occhi davanti alla fetta di torta. Questa è civiltà.

Quando la merendina sostituisce persino il pasto, allora la società è davvero al capolinea antropologico. 

 

2 commenti su “Manifesto in difesa della merenda (quella vera)

  1. […] QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DA PANE & FOCOLARE […]

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  2. Celia ha detto:

    Non conoscevo l’etimologia della parola, che bellezza!

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