Gli italiani a tavola: poco tempo per cucinare ma grande passione e voglia di tradizione

Si cucina e si mangia sempre più in fretta, ma a tavola siamo tradizionalisti e attenti alla qualità. Apprezziamo una bella serata al ristorante, che ci permette di mangiare bene e in totale relax. Sono i primi spunti che saltano all’occhio leggendo i risultati di una ricerca che svela lo stretto rapporto tra gli italiani e il mondo della tavola, realizzata nel 2018 dalla Federazione Italiana Pubblici Esercizi (FIPE) e presentata in occasione dell’Assemblea Nazionale dell’associazione, dedicata proprio al tema: “Il cibo è cultura”.

L’indagine rivela che per il nostro Paese il mondo del cibo gioca ancora un ruolo fondamentale nelle relazioni collettive e familiari; siamo un popolo legato alle nostre tradizioni, non solo per una questione di abitudine o di gusto ma anche perché crediamo che la cucina italiana sia garanzia di benessere e salute.

Vediamo qualche dettaglio che emerge dalla ricerca della FIPE: il 53% degli italiani dichiara di cucinare a cena tutti i giorni, dedicando a questa attività mediamente 37 minuti al giorno. Ci si siede a tavola per circa mezz’ora, ma la quasi totalità degli intervistati vorrebbe avere più tempo sia per cucinare che per stare a tavola con i propri cari, perché il pasto è visto come un’occasione per riunire la famiglia. Il pranzo della domenica, ad esempio, ha ancora un forte valore simbolico nell’immaginario collettivo. Un dato confortante, in un’epoca che sembra dominata dall’individualismo.

Il 75% possiede ricette o piatti tradizionali tramandati di generazione in generazione, che vengono definite “ricette che scaldano il cuore“, perché evocano ricordi ed emozioni. Nonostante il martellamento pubblicitario di cibi precotti o comunque industriali e la moda dilagante del cibo etnico, sembra proprio che il legame con le nostre tradizioni culinarie sia sempre molto forte.

Quando non abbiamo tempo di cucinare ma abbiamo voglia di mangiare bene, allora vengono in aiuto i ristoranti, che sono considerati un importante strumento di salvaguardia dell’identità culturale e alimentare. Inoltre, gli intervistati evidenziano anche un altro vantaggio: cenare fuori casa è un’occasione per riscoprire il valore del tempo, per rilassarsi e godersi il pasto, più di quanto non si riesca a farlo tra le mura domestiche.

La prima caratteristica che gli italiani cercano in un alimento è che sia salutare: la quasi totalità degli intervistati è d’accordo con l’idea che la salute e il benessere dipendano anche e soprattutto dal cibo e molti sono disposti a pagare di più per acquistare un prodotto sicuro e di buona qualità. Poniamo maggiore attenzione alle ricette e agli ingredienti quando cuciniamo per i nostri bambini. Siamo anche sensibili di fronte ai prodotti biologici e a chilometro zero. Siamo virtuosi nell’impegno di limitare lo spreco alimentare attraverso la conservazione e il recupero degli alimenti: la quasi totalità degli intervistati ha infatti l’abitudine di congelare i prodotti e riutilizza il cibo cucinato nei giorni precedenti per i pasti dei giorni successivi.

Da un punto di vista della cultura gastronomica, gli italiani si dimostrano molto conservatori e tradizionalisti: se il 35,6% è orientato alla sperimentazione, il 95% degli italiani vede comunque il cibo come un veicolo che aiuta a tramandare le tradizioni di un popolo.

La fotografia dell’Italia che esce da questa indagine è molto confortante: mostra un popolo attento alla qualità del cibo, alle tradizioni e al valore delle relazioni a tavola. Ma sarà proprio così? Chi ha risposto all’intervista sarà stato davvero sincero? Mi permetto di esprimere qualche perplessità: le indagini del Censis descrivono una nazione sempre più individualista e la tavola ne è lo specchio. Ai pasti in famiglia si dedica sempre meno tempo, e con poca voglia di tessere relazioni: ci sono quasi sempre la TV accesa e lo smartphone in mano. Tutta questa virtù nell’arte del riciclo degli avanzi richiede attenzione e anche competenze gastronomiche che soprattutto le giovani generazioni stanno perdendo.

Ci sono rare eccezioni, ma temo che alle domande dell’intervistatore molti abbiano recitato una parte virtuosa che non corrisponde poi alla realtà dei fatti. Spero proprio di sbagliarmi, ma più che una vera descrizione della nostra società mi sembra espressione di un desiderio, una nostalgia di atmosfere che ormai si stanno perdendo e delle quali si sente la mancanza. Questa aspirazione è comunque una cosa buona. Ripartiamo da lì.

 

 

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