Arte, stile e bellezza delle porcellane inglesi

Si chiama Siena ma è una pisana orgogliosa della sua città, della quale non si stanca di sottolineare la bellezza armoniosa e la dimensione “a misura di uomo”. Questa innata sensibilità al “bello” (che non si limita certo alla Piazza dei Miracoli) ha contribuito in lei a sviluppare una grande passione per le porcellane inglesi. Ho allora pensato di rivolgere alla mia amica Monica Siena qualche domanda per saperne di più, e dal suo racconto emerge non solo la sua grande competenza in materia, ma anche il piacere di viaggiare, il fascino di atmosfere “calde” e avvolgenti impregnate di bellezza e armonia. Emerge, soprattutto, il desiderio di gustare questa bellezza nel quotidiano, nei momenti usuali, semplici e conviviali come quelli che si celebrano sulla tavola della sua bellissima famiglia. 

Monica, come è nata la tua passione per le porcellane inglesi?

Nel 1972 decisi di iscrivermi alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, fu così che lo studio della lingua, dello stile di vita inglese e la geografia delle Isole Britanniche operò in me una vera e propria rivoluzione, da cui nacque una passione in seguito trasmessa a mio marito e alle mie figlie.

Dopo due anni ci fu il primo soggiorno a Londra per approfondire la conoscenza della lingua in un bel college per sole signorine, come ancora si usava. Poi, fu la volta del viaggio di nozze che decidemmo di trascorrere a Londra e dintorni. E’ in quell’occasione che ho cominciato ad avvicinarmi alla porcellana: mentre passeggiavo a Portobello Road con il mio neo sposo, in mezzo a decine di bancarelle, ci mettemmo a scegliere dei piatti con paesaggi bucolici e floreali da appendere nel nostro soggiorno ancora semivuoto. Sul retro, i nomi delle manifatture: Johnson Bros, Mason’s, Ridgway, Wedgwood, Spode … ma solo gli ultimi due mi richiamavano qualcosa alla mente. Sono passati 41 anni prima che avessi l’occasione di leggere articoli e informarmi sulle manifatture, sui disegni, sul metodo del disegno e sulla differenza tra China, Bone China e Ironstone.

Raccontaci qualcosa di più dei vostri viaggi e della ricerca di oggetti da collezione.

Dopo il viaggio di nozze sono passati alcuni anni prima di tornare sul suolo britannico. Sul finire degli anni ’80 è arrivata la nostra prima volta con due figlie a Londra, ma i viaggi che io definisco “veri” sono iniziati dopo l’arrivo della terza figlia: Repubblica d’Irlanda, Scozia, Galles e alcune Contee. Ultimamente, ormai nonni, ci concediamo una settimana da soli. In vecchiaia siamo divenuti più esigenti e cerchiamo luoghi da intenditori, ricchi di carattere (come dicono gli inglesi) e protagonisti nella letteratura regionale. Se il Signore ci concede ancora salute, continueremo a leggere romanzi, a guardare film, a studiare la carta automobilistica, ormai consunta, per individuare altri luoghi in campagna o sulla costa. Gli scenari costieri sono mozzafiato e non privi di sorprese e la campagna è ancora quasi come quella dei dipinti di Constable, con il lento scorrere della giornata tra breakfast più o meno sostanziosi e cream tea con i favolosi scones, clotted cream, marmellata rigorosamente di fragole e buon tè. Queste delizie sono spesso presentate nei serviti di manifattura locale, come Worcester, con disegni di frutta e foglie, o Spode con i famosi decori bianco e blu, dei quali mi sono subito innamorata.

 

I ricordi dei nostri viaggi sono bellissimi per i momenti trascorsi con le figlie, senza i fastidi della quotidianità, per i paesaggi con le case dal tetto di paglia e tante cose diverse, ma anche per qualche acquisto divenuto simbolo del viaggio stesso: l’antico vassoietto da Saint Ives, piattini commemorativi dei Giubilei della Regina Elisabetta, la stampa a Burton on the Water, le tazzine da caffè color Tiffany di Stoke-on-Trent (la città divenuta famosa per le manifatture di porcellana dalla fine del XVIII secolo). Gli acquisti più sensazionali li abbiamo fatti nello Shropshire, girando per paesini con case a graticcio e scoprendo negozi di rigattieri stracolmi di tazze e piatti, non lontani dalla ex manifattura di Coalport. La fabbrica di Coalport è oggi un museo dotato di pezzi magnifici, prodotti tra la fine del Settecento e la fine dell’Ottocento.

Quali sono i pezzi ai quali sei più affezionata?

I miei pezzi preferiti sono da sempre quelli in bianco e blu, qualunque sia il pattern. Tuttavia ho recentemente scoperto una certa inclinazione anche per i piatti con paesaggi colorati come quelli di Johnson Bros e per quelli con gli animali del bosco, i cui bordi di fiori e foglie o di ghirlande, in bianco e marrone, circondano la figura centrale a più colori, come quelli di Palissy, Game series e quelli di Spode, Woodland, piuttosto rari. Tornando ai pattern bianchi e blu, amo molto quello denominato Burgenland di Villeroy e Boch; non è inglese, ma possiedo un servizio completo, regalo di nozze da parte dei miei nonni. Poche settimane or sono ho scoperto per caso un pattern in bianco e blu orientale chiamato Willow che riproduce un paesaggio fluviale con un grande salice e ricorda la storia di due giovani cinesi, il cui amore, contrastato dal padre della ragazza, finì tragicamente. Ho subito cercato e acquistato due tazze da tè con doppio piattino, che abbiamo “testato” con un tè acquistato nello Shropshire. Tengo a precisare che le mie tazze Willow sono di Booth, perchè hanno la bordatura in oro che alleggerisce il colore del blu molto intenso.

 

Cambiando genere, mi piacciono molto i vecchi piatti Colclough e Paragon, con motivi floreali, romantici e gioiosi, appositamente acquistati per la Pasqua e per l’estate e le tazze Royal Albert, quelle con i nomi dei mesi, regalo della mamma. Di questa manifattura potrei parlarvi dei vari pattern, tutti splendidi e molto noti, ma mi soffermo su cinque tazze da tè particolari, acquistate al volo perché uniche presso il venditore. Ciascuna tazza porta il nome di una canzone popolare e ha il disegno del paesaggio e del fiore tipico di una regione cui la canzone si riferisce. E’ stato divertente cercare la musica su YouTube.

Sorge spontanea una domanda: ma quelle tazzine meravigliose sono solo da ammirare in vetrina o … a volte le utilizzi?

Ogni singolo pezzo è un ricordo speciale, non da collezione nel vero senso della parola. Non possediamo tazze o piatti così rari ed antichi tanto da aver paura di toccarli. Ci piace usarli con una delle nostre tovagliette in soggiorno o in terrazza, per sorseggiare un tè con le figlie o con le sorelle di mio marito, mia mamma o qualche amica. Le tazze vintage con colori pastello e con fiorellini sono adatte per un tè al femminile; altre, degli anni Cinquanta e Sessanta, con qualche filo in oro all’esterno, oro e rose all’interno, con colori più decisi, sono più eleganti; quelle edoardiane o vittoriane, delicate, a forma ondulata, per intenditori. Poi c’è la tazza verde scuro con un pesante bordo dorato e una forma denominata Adelaide, ampia, che è l’unica tedesca che possiedo. Non la amo molto, però è la preferita di Giulio, il nipote più grande, al quale ho concesso di usarla per un tè molto leggero. Rispetto alla forma, preferisco di gran lunga la tazza London shape, di cui ne possiedo una in oro e avorio e una in avorio e arancio con un pattern orientale.

 

Tutti questi oggetti in porcellana, acquistati per la maggior parte in Inghilterra, ci hanno affascinati a tal punto da indurci ad evitarne la conservazione dentro le credenze e, al contrario, a considerarli come parte della nostra vita, quindi ad usarli, nella speranza che così faranno le figlie, il nipote Giulio – già appassionato anche del pattern Willow – e speriamo, in seguito, il nipote più piccolo Tommaso Stefano e quelli a venire. I nostri serviti non dovranno mai coprirsi di polvere e ogni volta che saranno messi sulla tavola trasmetteranno il ricordo dei nonni un po’ antiquati che amavano la campagna inglese e la porcellana.

Per concludere: cosa è per te e per la tua famiglia il valore della tavola e la sua bellezza? 

Credo che fosse veramente destino che mi appassionassi a fare bella la tavola, a festeggiare gli ospiti con una apparecchiatura curata, soprattutto in occasione di alcune tradizioni. Sono cresciuta ascoltando i racconti del mio nonno materno, che nel periodo della crisi degli anni venti andò a Parigi ad imparare un mestiere presso i migliori alberghi della città. Al suo rientro in Italia ha lavorato a lungo presso le famiglie di alcuni nobili di Pisa, amando quello che faceva. Era sempre in contatto con oggetti di pregio in argento, Sheffield e con porcellane Ginori, quel Ginori per cui lavoravano i suoi genitori, morti molto giovani di silicosi. Lavorò in quegli ambienti finché ebbe la somma da investire in un ristorante tutto suo e lì ha lavorato fino all’età della pensione. Però la sua memoria andava spesso ai grandi alberghi, alla posateria in argento, ai cristalli. Nella mia famiglia ricordo di aver sempre visto delle apparecchiature impeccabili per le feste comandate, perché anche mia mamma ci teneva molto per la sua numerosa famiglia. Quando ho conosciuto la famiglia di mio marito, anche qui quattro figli, ho ritrovato l’amore per le stesse tradizioni e la passione a far bella la tavola per la famiglia riunita. Mia suocera aveva un servito di piatti bianco Richard Ginori, che usava nelle occasioni, e le posate d’argento con le iniziali dei suoi genitori, di cui una parte è stata data a noi. Era abilissima nel cucito e confezionava le tovaglie che, negli anni, divenivano sempre più lunghe man mano che si aggiungevano nuore, generi e nipoti. Ricordo con nostalgia una tovaglia bianca che lei stessa aveva ricamato scrivendo tanti proverbi che riguardavano il piacere della tavola. A poco a poco, anno dopo anno, senza che me ne accorgessi, mi sono anch’io appassionata all’apparecchiatura, allegra, colorata, bianca, secondo le occasioni. Così sono passata da moglie a mamma e poi a nonna, dedicandomi all’apparecchiatura sempre, per far felice il marito, le figlie e me stessa, oggi per attrarre anche i nipoti verso questa forma di bellezza. La tavola curata, anche con poco, non solo con i piatti griffati, ma ben gestita e con i vari pezzi ben coordinati, con qualche fiore o, secondo l’evento, qualche gioco di luccichii di candele, trasmette gioia, buona accoglienza, dà risalto alle nostre tradizioni religiose e non, significa amore per gli altri e per se stessi, è l’imprinting della cultura della famiglia.

 

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