Sideways – In viaggio con Jack

Dubito che un astemio possa apprezzare pienamente questo film; a mio parere solo un amante del buon vino può cogliere certe sottigliezze, ridere di alcune battute e godere di un paio di dialoghi davvero memorabili. Sideways – In viaggio con Jack (USA, 2004) racconta la storia di Miles (interpretato da Paul Giamatti), un grande esperto di vini, divorziato, depresso, con un romanzo nel cassetto che nessuno vuole pubblicare. Il suo miglior amico, Jack, sta per sposarsi e Miles gli ha organizzato, come viaggio di addio al celibato, un giro tra le aziende vinicole, per degustare dell’ottimo vino, mangiare bene, giocare a golf: insomma, una settimana all’insegna del benessere, con eleganza e stile. In realtà Jack ha ben altri programmi per quell’ultima settimana da celibe, qualcosa di decisamente più libertino. Inoltre, Jack non ha nessuna cultura del vino, che beve volentieri ma senza averne nessuna competenza.

Ecco la scena della prima degustazione di vino: Miles cerca di insegnare la tecnica corretta a Jack, un po’ perplesso:

Girando tra i produttori di vino, i due incontrano Maya, un’enologa amica di vecchia data di Miles. Una delle scene più azzeccate del film è il dialogo molto poetico tra Maya e Miles sul Pinot Nero e in genere sul valore del vino:

Miles racconta a Maya della sua cantina ben fornita: la bottiglia più pregiata della sua collezione è uno Cheval Blanc del 1962, uno dei più rinomati grandi vini rossi di Bordeaux. La bottiglia è custodita gelosamente, in attesa dell’occasione giusta per essere stappata. Maya lo redarguisce: il solo fatto di aprire uno Cheval Blanc costituisce di per sé un’occasione! Io personalmente do ragione a Maya: quando c’è una bottiglia speciale, perché aspettare? Perché rischiare di dimenticarla in cantina col rischio di farle perdere le sue caratteristiche migliori? I vini non durano in eterno, alcuni certamente migliorano con l’invecchiamento, ma non è così per sempre. Meglio creare l’occasione: cucinare qualcosa di buono e stappare il vino, insieme ad un paio di amici che sanno apprezzare (solo un paio, se no non ce n’è abbastanza per tutti). Sono stata, ahimè, testimone oculare dell’apertura decisamente fuori tempo massimo di diverse bottiglie di grandi vini: nettare pregiatissimo destinato a finire mestamente nel lavandino perché l’occasione di stapparlo non era mai arrivata.

Lo Cheval Blanc è al centro di una scena significativa del film: in un momento di totale demoralizzazione, convinto di non avere più prospettive, Miles va in un fast food, stappa la bottiglia di Cheval Blanc e lo beve nel bicchiere di cartone. Una scena molto triste ma davvero efficace, per rendere l’idea di quanto avesse ormai perso ogni speranza.

Non mi dilungo sulla trama del film (attenzione: un paio di scene spinte e la volgarità di qualche battuta lo rendono consigliabile solo ad un pubblico adulto). Un grande punto di forza sono i paesaggi, le distese dei vigneti, i primi piani dei grappoli maturi, le immagini di vendemmie e cantine. E’ divertente per i suoi dialoghi sul vino, come quando Jack, prima di entrare in un ristorante dove li aspettano due amiche, raccomanda a Miles, perennemente depresso e di cattivo umore, di non fargli fare brutte figure, di non fare lo snob e di bere Merlot se vorranno il Merlot. Miles, sdegnato, grida: «Se qualcuno ordina Merlot me ne vado!». Povero Merlot, ma perché? In ogni caso, pare che la battuta del film abbia causato un crollo di vendite del Merlot negli USA e in compenso un’ascesa vertiginosa del Pinot Nero, tanto lodato nel corso di tutto il film.

Guardandolo ho provato un po’ di rammarico al pensiero che in Italia non siamo abbastanza attenti a cogliere l’occasione per fare promozione dei nostri prodotti enogastronomici attraverso quel grande veicolo di marketing che è il cinema. Grazie ai film di Montalbano la Sicilia ha incrementato il flusso turistico, la serie di Don Matteo è una bella vetrina per i meravigliosi paesaggi dell’Umbria. Bisognerebbe quindi incoraggiare produzioni cinematografiche che promuovano i nostri vini e la bontà della nostra cucina. Non è certo un caso se la Santa Ynez Valley, vallata della California ricca di vigne e di aziende vinicole, scelta come location di Sideways, dopo l’uscita del film abbia visto crescere in misura notevole il flusso di turisti e di appassionati.

Con l’occasione, permettetemi una piccola notazione storica: le fiorenti aziende vinicole della California devono essere riconoscenti nei confronti dei cattolici, e in particolare dei francescani. Nell’epoca delle grandi scoperte geografiche, sulle navi dei conquistadores ci sono anche i missionari, che una volta giunti nel Nuovo Mondo hanno bisogno del vino per celebrare la Messa e dunque piantano le vigne accanto alle missioni. Le cronache ci parlano di un francescano, Miguel Josè Serra, che nel 1760 pianta la prima vigna californiana: quel vino veniva proprio chiamato Missione. E ancora: l’epoca del proibizionismo in vigore negli Stati Uniti  agli inizi del XX secolo non fermerà la produzione del vino, perché l’arcivescovo di san Francisco otterrà, in via del tutto eccezionale, la licenza di vinificare, proprio per il necessario uso liturgico.

Insomma, i francescani hanno piantato le prime vigne californiane che il vescovo locale ha difeso duecento anni dopo. E fu così che gli americani hanno potuto dedicare alcuni film, tra cui Sideways, ai grandi vini della California.

 

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