Le colline della Val d’Orcia: Brunello, pici, pappa al pomodoro e salumi di cinta senese

Avete in mente quei calendari della Toscana, dove ci sono colline color Terra di Siena, borghi medioevali, cipressi che si stagliano all’orizzonte e casali isolati, in posizione elevata, tra filari di vigne ed olivi? E voi quando sfogliate quel calendario pensate che si tratti di un fotomontaggio, di un bel ritocco con Photoshop. Poi la buona sorte vi permette di fare un giro in Val d’Orcia e improvvisamente i vostri occhi vedono quel piccolo paradiso e capite che il fotografo non ha fatto alcuna fatica, ha solo immortalato quello che c’è davvero.

Andrea guida lungo queste strade e mi dice: “Guarda quel viale con quel filare di cipressi, guarda che meraviglia quel casale laggiù” e io, che intanto guardo la mappa, gli rispondo: “E’ proprio quella la nostra destinazione”. Nell’auto scende un silenzio commosso. No, non può essere vero. Dammi un pizzicotto.

Invece è vero. Siamo all’Antica Grancia di Quercecchio, che anticamente era un convento dei monaci benedettini olivetani. Adesso è un elegante agriturismo, suddiviso in otto appartamenti. Il nostro cortese padrone di casa ci accompagna in quella che per una settimana sarà la nostra dimora: l’arredamento è molto curato, legno massiccio e ferro battuto. Sopra la finestra della camera da letto c’è una scritta: un monaco, che aveva tra queste mura la sua cella, ha scritto che lì nel 1880 è caduto un fulmine! Assaporo lentamente la bellezza di questo ambiente, la tovaglia elegante, il vasellame di porcellana e i calici da degustazione messi a disposizione degli ospiti, che riempiremo a cena con il Rosso di Montalcino che ci è stato cortesemente offerto dal padrone di casa, che produce anche Brunello, grappa di Montalcino e olio. Siamo alla ricerca di una vacanza di pace e relax, e i pomeriggi nel chiostro, a leggere nel silenzio, sono davvero un toccasana.

 

Ma la Val d’Orcia è talmente ricca di cose da vedere che non ci lasciamo prendere dalla pigrizia. A Montalcino saliamo in cima alla Rocca, per gustare la vista sulla valle; passeggiando tra le vie di Montepulciano respiriamo l’arte rinascimentale, con il suo Palazzo Comunale che ricorda Palazzo della Signoria a Firenze;  a Pienza ammiriamo la cattedrale e il Palazzo Piccolomini; la suggestiva abbazia di Sant’Antimo sorge isolata e silenziosa e la visitiamo con cura, grazie anche ad una visita guidata molto interessante.

Luoghi ricchi di arte, spiritualità, bellezza, ma naturalmente non ci lasciamo sfuggire anche i gioielli dell’eno-gastronomia. Cominciamo da un bel pranzo a base di pici e pappa al pomodoro. I pici sono una pasta tipica del senese, simile agli spaghetti ma più larghi, che tengono bene il condimento, e si prestano a tante ricche varianti. Famosi i pici all’aglione (beh, vi deve piacere l’aglio) e quelli con cacio e pepe.

E’ incredibile come siano oggi molto ricercati dei piatti che sono in realtà poveri, ricette della tradizione contadina, fatte con ingredienti semplici e genuini.

Anche la pappa al pomodoro, resa famosa dal libro “Il giornalino di Gian Burrasca” e soprattutto dalla canzone di Rita Pavone, sigla dello sceneggiato televisivo, è preparata con pane toscano raffermo, pomodori pelati, aglio, basilico e olio extravergine di oliva, e la sua origine si deve alla necessità di recuperare il pane avanzato.

Il nostro pranzo a Montalcino è completato da salumi di cinta senese e pecorino di Pienza. Ogni cosa qui meriterebbe un post a parte, perché qualcuno chiederà: ma che cosa è la cinta senese? E’ una razza di suini allevati in Toscana, con massima cura nell’alimentazione, grazie alla genuinità e al sapore dei frutti della macchia mediterranea. Il risultato è una carne saporita e di gran pregio, con la quale si realizzano salumi, pancetta, lardo. Questa razza era nota anche anticamente per la sua ottima qualità: avete in mente la “Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo, il grandioso affresco di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Comunale di Siena? Nel riquadro intitolato “La campagna ben governata” sono rappresentati i maiali di cinta senese, il cui allevamento per il Lorenzetti era dunque simbolo di benessere e giustizia sociale!

Il nostro vagabondare in Val d’Orcia ci ha portato anche in due luoghi storici e ricchi di tradizione, oltre che di sapori: la Taverna dei Barbi e il Castello Banfi. Ma meritano uno spazio privilegiato, in un prossimo post. Anche perché mi accorgo che non ho ancora toccato l’argomento dei vini della provincia di Siena. Quindi … il seguito alla prossima puntata!

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