A tavola nelle Marche: la crescia e il Lacrima di Morro d’Alba

Continuo il racconto delle mie vacanze estive. Lo so, siamo ormai a gennaio, ma forse a qualcuno dei miei lettori può interessare qualche spunto eno-gastronomico, qualche suggerimento per le prossime vacanze o anche solo per un week end. Dopo il post dedicato al Trentino, oggi vi parlerò di Urbino, una città stupenda che merita una visita. Non mi dilungo a descrivere la bellezza del Palazzo Ducale e degli altri monumenti della città, ma nello spirito del mio blog mi concentro sui prodotti tipici.

Ho scoperto che nelle Marche c’è una prelibatezza gastronomica che si chiama crescia. Non chiamatela piadina, perché è diversa sia nel gusto che negli ingredienti, e soprattutto scatenereste un putiferio, come accade spesso nell’Italia dei campanili. Non solo la crescia è diversa dalla piadina, ma ne esistono varie tipologie a seconda della località marchigiana: c’è la crescia di Urbino, quella di Pesaro, e così via. Ad Urbino ha una forma rotonda, un colore dorato ed è spessa qualche millimetro. E’ inoltre molto friabile e, come suggerisce il nome, è fatta a strati e sfoglie. Questa delizia può essere degustata farcita con vari ingredienti, come affettati, formaggio, verdure grigliate o insalate.

Alla ricerca del posto migliore dove assaggiare la crescia, nasce il dilemma. Ci viene consigliato di evitare di ordinarla nei ristoranti veri e propri, e di preferire uno dei piccoli locali tipici, dove si può degustare la crescia autentica, con un’organizzazione da street food: la si compra al bancone, viene consegnata dentro un cartoccio, e a quel punto la si mangia seduti su un gradino davanti a Palazzo Ducale. Saranno anche i posti che garantiscono la vera ricetta, ma considerate che eravamo nel mese di agosto, il termometro segnava 42° e personalmente preferisco sempre mangiare mettendo le gambe sotto un tavolo. Troviamo un compromesso: un locale tipico ma con una piccola sala climatizzata con qualche tavolino. Il benessere è assicurato e la crescia viene gustata come si deve.

La accompagno con un buon bicchiere di Lacrima di Morro d’Alba, vino tipico delle Marche, profumato e gradevolissimo, raro esempio autoctono della viticultura medioevale. Si legge in un documento antico che nel 1167, in un momento di guerre e assedi, Federico Barbarossa si era rifugiato a Morro d’Alba. L’imperatore approfittò del soggiorno forzato per degustare e apprezzare il vino di quella località e alla sua partenza volle portare con sé qualche botticella, così, per souvenir. I viticoltori per secoli hanno con orgoglio continuato a coltivare quella vite, che si chiama così forse per la forma a goccia dei suoi acini,  e a produrre il Lacrima e sono stati premiati nel 1985 con il marchio DOC. La produzione è ancora oggi estremamente limitata e questo contribuisce alla fama del vino.

Arrivederci alla prossima puntata del racconto di viaggio!

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