Lotta all’obesità? Parliamo del contributo della famiglia

Il 10 ottobre è l’Obesity Day, la campagna di sensibilizzazione per la prevenzione dell’obesità e del sovrappeso, promossa ogni anno dall’Associazione italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica – ADI. Molte le iniziative in programma su tutto il territorio italiano, con l’obiettivo, nell’edizione di quest’anno, di “recuperare e valorizzare l’identità e le diversità dei sistemi alimentari regionali come modelli di alimentazione sostenibili e equilibrati utili a contrastare patologie in crescita come l’obesità.”  E’ molto bello, a mio parere, che l’ADI metta l’accento sull’importanza dell’identità e della cucina regionale, per porre rimedio ai disordini alimentari favoriti da consumi di prodotti nocivi alla salute, ma ricordiamo che è soprattutto la famiglia il luogo privilegiato per la diffusione di una buona cultura dell’alimentazione.  

Pare che in Italia un bambino su tre sia sovrappeso, ma quando le nonne preparavano merende sane  ai loro nipotini, che dopo correvano a giocare in cortile, di bambini in sovrappeso se ne vedevano pochi. Oggi mangiano merendine industriali piene di grassi e poi si mettono davanti ai videogiochi.

C’è chi si rattrista all’idea della dieta, perchè la collega alla rinuncia alle cose buone: ma l’ottima gastronomia e la salute possono andare a braccetto, la bontà che soddisfa la gola e l’ottima qualità dell’alimentazione possono (e devono) stare insieme.

Ma per farlo serve una vita familiare dove si dedica alla tavola tempo ed energia, perché si considera un valore impegnarsi in cucina. Purtroppo la famiglia è un’istituzione sempre più in crisi, e lo si capisce anche dalle abitudini alimentari: i pasti sono sempre più irregolari, non ci sono più orari comuni, rituali, cibi della tradizione. Quante famiglie oggi non danno nessun valore al momento del pasto condiviso. Tanti giovani entrano in casa, vanno al frigorifero, prendono qualcosa di pronto, magari lo scaldano al microonde e vanno a consumarlo in camera, davanti al pc.

Non ci sono più regole e si mangia cibo-spazzatura in ogni momento della giornata, senza alcun autocontrollo. D’altronde, i genitori sono spesso assenti e non si curano di questo aspetto dell’educazione.

Laddove invece c’è una famiglia degna di questo nome, chi cucina lo fa con attenzione al benessere dei suoi familiari:  sa cosa deve mangiare il bambino, cosa fa bene all’anziano, alla donna in attesa di un figlio, al ragazzo convalescente, agli uomini che svolgono lavori pesanti. L’Unesco ha definito la dieta mediterranea patrimonio dell’umanità, scoprendo che noi da secoli, nelle nostre case, sappiamo mangiare non solo cose buone ma anche sane.

Per combattere i disturbi alimentari, bisogna anche ripartire dalla famiglia, celebrando il rito della tavola con amore, attenzione, impegno, cura della bellezza. A vantaggio della salute di tutti.

 

 

 

 

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