Vittorio Messori: Religione in cucina

Per la rubrica “Distillati di sapienza“, vi segnalo questo testo di Vittorio Messori, tratto dal libro: Pensare la storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana (Paoline, Milano 1992, p. 167).

Vittorio Messori è uno scrittore e giornalista italiano, uno dei più famosi autori cattolici. Deve la sua fama in particolare al libro “Ipotesi su Gesù” (SEI, 2001), un best seller internazionale, tradotto in 22 lingue; e ai libri-intervista con il Card. Joseph Ratzinger, “Rapporto sulla fede” (Ed. Paoline, 1985), e a Papa Giovanni Paolo II, “Varcare la soglia della speranza” (Mondadori, 1995).

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Religione in cucina

Parlo con un anglicano e il discorso cade sulla proverbiale «ipocrisia» britannica e, in generale, dei Paesi protestanti. «Sì – ammette – qualcosa di vero c’è. E per la ragione già vista dal nostro Oscar Wilde: la coscienza protestante non ci impedisce di peccare. Ci impedisce solo di goderci il peccato».

Mi viene in mente Léo Moulin, lo studioso belga autore, tra l’altro, di una storia cultural – religiosa della gastronomia, convinto com’è che l’arte della cucina, alla pari di ogni altra arte, sia una spia dell’inconscio dei popoli.

Mi diceva: «La gastronomia della Polonia cattolica è ottima. Quella della confinante Germania Orientale, luterana, è pessima. Come mai, visto che clima e materie prime sono uguali per polacchi e tedeschi? Ma ovunque nel mondo la cucina dei cattolici è migliore di quella dei protestanti ed è assai più importante nella loro vita. Quando mai si vede gente a tavola nei film western? Non c’è invece film italiano, francese, spagnolo o anche sudamericano che prima o poi non finisca in trattoria. Nei film anglosassoni non c’è che il “pub” o il “saloon”, la gente beve e non mangia, se non qualche volta carne e fagioli e barbarie del genere, ingollate in fretta. L’Inghilterra, l’America protestante ci hanno dato molte cose, ma non una gastronomia».

Non era Oscar Wilde a dire che l’inferno «è un posto dove il cuoco è un inglese»?
Per Moulin, la spiegazione dell’enigma è «religiosa»: «Il fatto è che il protestantesimo ha compresso nell’uomo la “joie de vivre”: il credente è solitario davanti a Dio, deve assumere tutta intera la responsabilità delle sue azioni, compresa quella dell’abbandono alla ‘concupiscenza’ peccaminosa del cibo. Il cattolico è più libero, è meno complessato, perché sa che, ad aiutarlo, c’è tutta una rete di mediazioni culturali ed ecclesiali. C’è, soprattutto, la confessione, con il suo perdono liberante. La tragedia del protestantesimo è che cala sull’uomo una cappa insopportabile. Dicendogli: ‘Salvarti è solo affar tuo, sbrigatela da solo con Dio’, l’uomo si schianta sotto il peso terribile, oppure è costretto a fingere, anche con se stesso, una virtù che non può praticare. Da qui la famosa ipocrisia».

Tra i luoghi comuni della cultura “liberal” che sembra ormai egemone anche da noi, c’è il rammarico che l’Italia non abbia conosciuto la Riforma. A sentire questi ‘illuminati’, l’origine di tutti i nostri mali sta nel fatto che apatia del popolo e vigilanza occhiuta della Chiesa abbiano impedito ai Lutero e ai Calvino di tracimare a sud delle Alpi. Si lamentino pure, ma sappiano che, sedendosi a tavola per gustare una cenetta all’italiana, hanno un debito verso il cattolicesimo. Altrimenti, mangerebbero “pudding” o “hamburger” o, come massima leccornia — da giorno di festa — pollo e patatine fritte: parola di storico (agnostico) della gastronomia…

 

 

2 commenti su “Vittorio Messori: Religione in cucina

  1. Frank Seidl ha detto:

    Peggio di un calvinista, c’è soltanto una cosa: due calvinisti.

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