Se quel tavolo potesse parlare …

I ricordi hanno fatti irruzione, in modo prepotente, quando Marco, un caro amico di vecchia data, è venuto a cena a casa mia, dopo tanti anni. Si siede e riconosce, con stupore ed emozione, il tavolo e la panca di legno che fanno parte del mio arredamento da ormai 30 anni. Ho cambiato casa, molte cose dell’arredamento sono cambiate, ma quel tavolo e quella panca sono ancora l’altare dove si celebra il rito dei pasti nella mia famiglia.

Proust assaggiava una madeleine e immediatamente il ricordo correva indietro nel tempo; è stato così anche quella sera con  Marco, con commozione da parte di tutti noi. Riaffioravano le immagini, ed erano immagini molto belle.

Quando è nato mio figlio (stiamo parlando del 1988), era un po’ complesso uscire con gli amici, ma mio marito ed io non riuscivamo a rinunciare alla buona compagnia. Così invitavamo spesso gli amici a casa nostra a cena e intorno a quel tavolo la combriccola era sempre affiatata e spensierata. Si mangiava, si beveva, si rideva e si cantava. Mio figlio Francesco è cresciuto con questa allegra schiera di zii che giocavano con lui. Credo di avere ancora dei filmini con tutti noi sottoposti alla piccola tortura di cantare canzoni della scuola materna, quelle che si cantano facendo i gesti, “Conosco un cocomero tondo tondo” in cima alla hit parade, tallonato però da “Il cow boy che si chiamava Piero”. Si rideva tanto. Poi Francesco andava a dormire e quando l’ora si faceva tarda  arrivava il momento dei cult movies: si guardavano spezzoni di film, i più richiesti erano “I Blues Brothers” e “Brancaleone alle Crociate”.

Bisognava rispettare alcuni tempi liturgici: la Cena dei Vini Novelli, quando all’inizio di novembre venivano messi in commercio; oppure la c.d. Cena dei Superstiti del 26 dicembre, così chiamata perché chi era sopravvissuto ai pranzi natalizi con i parenti si rifugiava a casa nostra e festeggiava il Natale con gli amici; a fine cena, grande partita di Mercante in Fiera.

Alcuni di quegli ospiti frequentano ancora assiduamente la mia casa, e la cosa mi riempie di felicità. E’ bello quando le amicizie non sono intaccate dalla ruggine del tempo. Altri si sono persi per strada, però ci sono state tante new entry.

Ah, se quella tavola potesse parlare! Ha visto discussioni politiche e bottiglie stappate, progetti di vacanze e vassoi presto svuotati. Con il tempo sono arrivati come commensali i compagni di scuola  di mio figlio, e la tavola ha visto compleanni, candeline e feste di laurea.

Alle giovani coppie che mettono su casa mi permetto di dare un consiglio, utilizzando le parole che un sacerdote ha pronunciato durante l’omelia ad un matrimonio: “Buttate via le pantofole!” , cioè non rinchiudetevi nel vostro guscio familiare, la vostra casa deve sempre essere aperta agli altri.

In base alla mia esperienza, la cena in casa ha un fascino che non avrà mai la cena in un ristorante o un happy hour. C’è intimità, si è più sciolti e rilassati, si crea un’atmosfera unica e speciale.

Mi sembra già di sentire le obiezioni: bisogna mettere in ordine la casa, cucinare qualcosa di importante, poi c’è tutto da riordinare …

Posso rispondere che la fatica è ampiamente compensata dal risultato: l’amicizia è uno dei grandi valori  della vita. Merita di essere celebrata sull’altare giusto, con una bella tovaglia, piatti e bicchieri adeguati, cibi gustosi e una bella bottiglia. Ma se non avete tempo per mettere in tavola una cena-capolavoro, lasciate pure in giro per casa le automobiline di vostro figlio e ordinate una pizza o servite salumi e formaggi: va bene così, sarà il sorriso dei vostri amici a rendere quella serata un’occasione speciale. Io darei il Nobel per la Pace a chi ha inventato la lavastoviglie: ci permette di utilizzare dei bei servizi di piatti e posate, e poi la cucina sarà presto in ordine, senza fatica.

E le vostre tavole, se potessero parlare, potrebbero raccontare tante belle serate con i vostri amici?

 

 

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