La fabbrica del cioccolato di Dom Chautard

Ho già parlato dell’influenza del monachesimo sulla vita quotidiana dell’Europa e del suo contributo non solo alla rinascita spirituale e culturale del nostro continente, sconquassato dalle invasioni barbariche e dal crollo dell’Impero Romano, ma anche al suo rilancio economico. Le abbazie, presenti a centinaia in tutte le nazioni europee, sono sempre state anche importanti centri agricoli, artigianali, manifatturieri e commerciali.

La ricerca della perfezione evangelica ha portato come conseguenza anche il progresso economico e tecnologico dell’Europa, realizzato nel rispetto della dignità dell’uomo e nella carità verso il  prossimo. Si scopre così che il monaco non è chiuso al mondo, ma irradia in esso i suoi valori umani e spirituali e illumina con questo spirito anche il suo lavoro.

Oggi molti studi di leadership e gestione aziendale evidenziano che l’applicazione al mondo del lavoro e degli affari i principi cristiani costituisce fattore di progresso e successo. L’importanza dei rapporti interpersonali, il riconoscimento della dignità del lavoro, l’umiltà, la gratitudine, l’attenzione alle esigenze degli altri, la condivisione del successo, la buona gestione delle pubbliche relazioni rispettosa della dignità umana, la gratitudine, la valorizzazione dei talenti, il senso di responsabilità personale: sono tutti valori naturali che, se applicati al proprio ambiente di lavoro, contribuiscono al successo dell’attività imprenditoriale.

A questo proposito è di grande esempio Dom Jean-Baptiste Chautard (1858 – 1935). E’ un monaco trappista, vale a dire membro dell’Ordine cistercense della stretta osservanza, una famiglia religiosa che affonda le proprie radici nella regola di San Benedetto e san Bernardo ma con un particolare rigore ascetico. Dom Chautard è noto soprattutto per un’opera di spiritualità “L’anima di ogni apostolato” (Edizioni San Paolo), in cui ricorda che prima di tutto viene la preghiera, sorgente di ogni altra attività umana. Pensate allora che sia stato un monaco che trascorreva le sue giornate tra la sua cella e il coro dove pregare? Che pensava solo a mortificarsi nelle penitenze e nei digiuni? Niente di tutto questo. O comunque non solo: Dom Chautard ha gestito anche una fabbrica del cioccolato, e con successo.

Andiamo con ordine: Gustave Chautard nasce in Francia nel 1858. Intelligente ed ambizioso, va a studiare a Marsiglia all’Êcole Supérieure de Commerce: il suo progetto è quello di entrare nel mondo degli affari, fare fortuna e magari anche entrare in politica. Le sue grandi doti gli spalancano, all’età di appena 19 anni, le porte di un’azienda importante e gli si prospetta una carriera brillante quando improvvisamente arriva, inaspettata, la chiamata religiosa. «Un’esistenza di preghiera e di lavoro, alla ricerca continua del Signore, sotto lo sguardo sorridente della Madonna, al seguito di san Bernardo, gli parve adatta alle sue aspirazioni»: così ne parla padre Bernard Martelet, suo discepolo per 20 anni e poi suo primo biografo.  Il 12 aprile 1877 bussa alle porte dell’Abbazia di Aiguebelle, in Savoia, e assume il nome di Frère Jean-Baptiste.

E’ ormai dai tempi della Rivoluzione Francese che gli ordini religiosi patiscono le persecuzioni, anche nel 1880 verrà emanata una nuova legge di soppressione degli ordini religiosi. L’Abbazia di Aiguebelle è stata fino ad allora risparmiata ma le sue finanze sono al collasso. Dom Chautard, agli occhi del suo abate, è il monaco giusto al posto giusto: i suoi studi di economia e il suo carattere brillante e deciso sono davvero una manna per il monastero. E così il nostro riceve l’incarico di gestire la triste situazione economica e anche di tenere le relazioni esterne con le pubbliche autorità, sempre ostili ai monaci. Si rimbocca le maniche e prende in mano la gestione di una fabbrica del cioccolato, che era stata fondata dai monaci nove anni prima ma i cui bilanci erano in rosso: grazie alle sue capacità manageriali la porta al successo, diventerà una delle più famose cioccolaterie di Francia.

Dom Chautard la amministra con l’occhio dell’imprenditore lungimirante: acquista anche una macchina a vapore, molto innovativa e di cui fa registrare il marchio a nome dell’abbazia, per migliorare la produzione. Lancia sul mercato una gamma di prodotti a base di cioccolato che diverranno molto famosi. Lo straordinario sviluppo economico di quella che fino a poco tempo prima era solo una piccola azienda lo induce a fondare nel 1891  la “Société anonyme de la chocolaterie d’Aiguebelle”, con un capitale iniziale di un milione di franchi. Nella sede di Aiguebelle lavorano 150 operai ma il successo dell’azienda lo incoraggia ad aprire nel 1893 un’altra sede a Donzère, nella regione del Rodano, con altri 200 operai. La sua opera continuerà dopo di lui: nel 1941 verrà aperta una sede in Marocco e ancora oggi la cioccolateria a marchio Aiguebelle, che purtroppo non è più gestita dai monaci, porta avanti quella preziosa eredità.

Ma come ottiene tutto questo successo Dom Chautard? Il suo biografo ci racconta che questo monaco imprenditore non si occupa solo dell’organizzazione della produzione ma anche del benessere degli operai e delle loro famiglie: ne rispetta la dignità umana, valorizza i loro talenti, organizza per loro l’assistenza spirituale ma anche svaghi e opere di assistenza sociale. In quegli anni esplodeva in tutta la sua forza la rivoluzione industriale, caratterizzata da un grande progresso tecnologico ma anche dal dramma della questione sociale: le condizioni degli operai erano spesso disumane e questo causerà le enormi tensioni sociali che porteranno alla lotta di classe. Il nascente comunismo di Marx ed Engels approfitterà di questa grave situazione per teorizzare e poi mettere in atto un programma rivoluzionario che, ben lungi dal risolvere il problema sociale, sarà causa di drammi ben peggiori.

Nella fabbrica di Dom Chautard tutto questo non c’era: al suo interno regnava un’atmosfera di armonia e rispetto, carità e collaborazione reciproca. «Gli operai avevano cassa di mutuo soccorso, biblioteca, partecipazione agli utili, sala giochi e musica. Ogni anni veniva organizzato un pellegrinaggio e si tenevano due ritiri, brevi ma intensi. Nel 1891, in occasione dell’enciclica Rerum novarum, ebbe la gioia di andare a Roma. Il papa Leone XIII gli si fermò davanti, e dopo averlo fissato negli occhi profondi gli chiese: “Ama gli operai?” Dom Chautard non dimenticherà più quello sguardo e quelle parole. E dirà: “Quando ci sarà un’intesa cordiale tra padroni e operai, e quando le parole di Cristo: Amatevi gli uni gli altri non saranno lettera morta, la questione sociale sarà risolta» (Bernard Martelet, Profilo biografico di Dom Chautard, Introduzione a L’anima di ogni apostolato, Ed. San Paolo, 1987).

I tanti impegni di lavoro non distolgono però il nostro trappista dalla vita di preghiera, e lui prova su sé stesso l’importanza della vita di orazione come nutrimento della vita attiva: quest’ultima potrà essere feconda solo se sarà alimentata dalla contemplazione. Dalla sua esperienza di vita uscirà il libro “L’anima di ogni apostolato”, un classico della spiritualità, consigliato da tutti i pontefici.

Ora et labora: uno stile di vita fatto per cercare Dio che, come conseguenza pratica, porta anche il profitto economico. Papa Leone XIII e Dom Chautard avevano capito bene la situazione. Altro che manager spietati della City o di Wall Street, altro che rivoluzionari di professione desiderosi di sfruttare le crisi sociali per alimentare ideologie disumane, altro che imprenditori senza scrupoli che ci hanno trascinato nella attuale crisi economica con le loro strategie sconsiderate: per avere successo negli affari forse bisognerebbe mettere in pratica lo stile di leadership dei monaci, grazie ai quali l’Europa ha saputo trovare benessere e progresso.

 

 

 

 

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