Quando il passato è capace di diventare futuro: la cantina Antinori nel Chianti Classico

In collaborazione con Andrea Arnaldi

Siamo in campagna, a San Casciano Val di Pesa, sulle colline del Chianti fiorentino. Sistemata la macchina nell’ampio parcheggio al di là della strada, ci avviciniamo alla reception situata accanto alla grande parete identificata dalla scritta “Antinori”: siamo davanti ad una collina, lussureggiante di vigne e altra vegetazione. Subito dopo, si ferma un pullmino nero con vetri oscurati sul quale veniamo fatti accomodare e che parte in salita, oltre il cancello di ferro, verso la collina. Passato un ampio tornante, improvvisamente la “navetta” si infila veloce in una galleria dai tratti architettonici modernissimi che scende nel sottosuolo. Attraverso un’ampia strada nascosta giungiamo in un grande atrio sotterraneo, che lascia intravedere sopra di noi un enorme edificio dalle forme allungate, avveniristiche, quasi fantascientifiche. Per un attimo pensiamo di essere finiti sul set di un film di 007. L’autista ci fa scendere davanti ad una affascinante scala a chiocciola, invitandoci a salire. Cosa troveremo? Un bunker della Spectre? Reduci da alcune visite per vigneti, paesini medievali, abbazie e castelli, con un po’ di stupore cominciamo a salire lungo questa scala ellittica e un po’ obliqua e gradino dopo gradino inizia ad aprirsi ai nostri occhi un paesaggio inaspettato: la grande struttura architettonica è stata inserita perfettamente nell’ambiente naturale, praticamente invisibile dall’esterno perché edificata nel sottosuolo e poi ricoperta dalla terra e dalle vigne. Al primo piano c’è l’accoglienza dei visitatori, alcuni uffici, il wine shop e altri ambienti comuni, mentre continuando a salire si arriva al secondo piano, la sommità dell’edificio, dove si trova il ristorante circondato e letteralmente “ricoperto” di vigne.

Qua e là, a ornare i filari che costeggiano l’area ristorante, piccoli orti di pomodori, zucchine, cipolle, cavolo nero. Uno dei responsabili del ristorante ci racconta che questi orti suscitano particolarmente l’entusiasmo dei bambini, soprattutto di quelli cittadini che per la prima volta vedono una pianta di pomodori e imparano che non crescono sui banconi del supermercato.

Rinuccio 1180: questo il nome del ristorante, in onore del capostipite della famiglia Antinori e della sua data di nascita. Tutto intorno a noi è un inno a questa antichissima famiglia toscana, alla sua storia, alle sue radici che affondano nel tempo e che qualificano gli Antinori come “vinattieri” dal 1385, come attestato dai documenti medioevali. Da allora, senza soluzione di continuità, almeno un Antinori ha svolto la professione del vinattiere: oggi siamo alla 26ma generazione impersonata dal marchese Pietro, ma è già pronta e operativa la 27ma rappresentata dalle figlie Albiera, Allegra e Alessia. Un breve filmato, realizzato dalla regista cinematografica Cinzia TH Torrini, racconta la filosofia degli Antinori, attraverso le immagini delle vigne e del lavoro di vinificazione, dando anche voce al marchese e alle sue figlie. La famiglia trasmette un’impressione di stile ed eleganza unita a grande concretezza, amore alla propria terra e al proprio lavoro, che svolge con passione, rispetto della tradizione e dell’ambiente. Emerge la loro consapevolezza di essere inseriti all’interno di una storia che li precede e che li seguirà, che non appartiene loro ma alla quale essi stessi appartengono con il grave dovere di preservare e sviluppare ciò che hanno ricevuto e di innovare avendo la capacità di vedere oltre la propria vita, in una prospettiva proiettata al futuro, a ciò che è destinato a durare e ad essere trasmesso.

Proprio questa ampiezza di visione ha spinto gli Antinori a progettare questo edificio così particolare, inserito nel cuore della collina e scavato fino a 18 metri sotto terra; sono stati necessari 10 anni di lavoro, dalla definizione del progetto alla apertura dei locali, per poter arrivare alla piena operatività di un luogo davvero particolare che unisce in sé le vigne, la straordinaria cantina dalle forme sinuose, le 2000 barrique di rovere francese e ungherese, i grandi contenitori di acciaio nei quali avviene la gran parte della lavorazione dell’uva destinata a tramutarsi in vino, l’orciaia per la produzione dell’olio, la “vinsantaia” dedicata alla produzione del Vin Santo, le sale di degustazione, un cinema, il wine shop, la biblioteca, il ristorante, gli uffici dell’amministrazione. Perché la filosofia della famiglia vuole che anche coloro che svolgono mansioni puramente amministrative vivano a contatto con chi produce il vino, per poter sempre toccare con mano la concretezza della mission aziendale, in qualche modo per “tenere i piedi per terra”.

Una graziosa e gentile signorina ci accompagna nella visita e fornisce molti dettagli sulla costruzione dell’edificio, il pieno rispetto dell’ambiente, l’utilizzo di materiali naturali, i processi produttivi che si operano all’interno della cantina. E’ l’occasione per parlare del rovere francese, ungherese e americano, i migliori al mondo per la produzione delle botti da vino, ma diversi tra di loro perché il rovere americano, pur di qualità leggermente inferiore essendo caratterizzato da una trama del legno più grossa, è quello in grado di trasmettere al vino i caratteristici sentori di vaniglia e liquirizia, mentre quello francese è più vocato a trasmettere i profumi di frutti rossi.

Si parla anche dei tappi di sughero: una produzione che richiede precisione e serietà nella selezione e lavorazione dei materiali. Mentre guardo l’esposizione del sughero, all’interno della “vinsantaia”, la nostra accompagnatrice accenna anche all’abbinamento gastronomico del Vin Santo: non solo i classici cantuccini, ma anche formaggi erborinati e fois gras.

Il nostro giro si chiude (felicemente) nella sala degustazione dove abbiamo l’opportunità di sorseggiare tre vini, tra i quali un bianco molto interessante che si chiama Vivia, il nome della figlia di Allegra Antinori. Eh sì, qui tutto parte dalla famiglia, dai vincoli di sangue, dal legame forte tra queste generazioni, la terra e il vino. In questo luogo, sembra che passato, presente e futuro abbiano la capacità di vivere in armonioso equilibrio, come accade in un delicato blend di vitigni diversi che, sapientemente amalgamati, sono capaci di dare vita e personalità ad un grande vino.

Una bella lezione per il nostro tempo distratto e superficiale, incapace di ancorarsi alle proprie radici ed esposto alle tempeste alimentate dalla propria insipienza.

 

 

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