La cultura della tavola fa fiorire i deserti interiori

Alcuni anni fa mio marito ed io siamo andati a visitare una comunità di recupero di tossicodipendenti. Un conoscente ci aveva suggerito la visita, perché per lui era stata edificante. Non aveva torto, anzi.

La prima cosa che abbiamo notato, appena arrivati davanti alla grande casa, è stata la bellezza e la pace del luogo. Le finestre della facciata erano abbellite da cascate rigogliose di gerani in fiore, le aiuole erano curate e ordinate, gli alti cipressi svettavano intorno alla grande struttura in mattoncini color terra di Siena. Nell’aria, silenzio e profumi.

Suoniamo alla porta, con un po’ di timore perché non c’è alcuna informazione sull’orario di ricevimento di visitatori. Temiamo di disturbare. Ci apre un giovane che ci accoglie con un sorriso. Gli spieghiamo che siamo interessati a visitare la loro comunità, ci fa entrare e si presta ben volentieri ad illustrarci la vita di quel luogo così particolare. Si presenta: un tempo era un ragazzo tossicodipendente, entrato lì per disintossicarsi. Una volta uscito dall’inferno della droga, ha deciso di rimanere per accompagnare i nuovi arrivati a percorrere la sua stessa strada: educatore credibile, guida esperta, di cui fidarsi proprio perché ha già provato l’esperienza.

Con lui passeggiamo lungo i grandi ambienti di quella casa: resto colpita dalla bellezza, dall’ordine, dalla pulizia (non c’è un filo di polvere sui mobili dove faccio scorrere il mio dito, pensando con un po’ di vergogna alla polvere che a volte, troppe volte resta depositata sui mobili di casa mia). Sui tavolini ci sono eleganti centrini di pizzo, cestini di fiori, nulla è tralasciato per dare un aspetto curato ed elegante a quegli ambienti.

La nostra guida ci porta nel grande appezzamento di terreno che si allunga a perdita d’occhio dietro l’edificio: orti sapientemente coltivati, alberi da frutto, ulivi carichi di olive pronte per la spremitura. Vedo tanti ragazzi al lavoro in quei campi: faticano sotto il sole di agosto, a raccogliere i frutti del lavoro di tanti mesi.

Gli esprimo la mia ammirazione per tanta bellezza, e il nostro giovane accompagnatore ci spiega che quelle persone, la cui vita è devastata dalle dipendenze, devono essere aiutate a recuperare ordine: la bellezza dell’ambiente è importante per aiutarli a desiderare la bellezza e l’armonia anche nella propria vita.

Nella nostra visita arriviamo al refettorio: sembra quasi monastico, così come sembra monastica la vita di quella comunità. Anche quest’ambiente è bello, ordinato, armonico. La nostra guida ci racconta che sono ragazzi che hanno vissuto per troppo tempo esperienze di solitudine, di esasperato individualismo, mangiando quello che capitava, da soli, senza ordine. Bisogna aiutarli a ricreare una comunità solidale, e la tavola svolge un ruolo centrale, perché è vissuta come esperienza di umanizzazione. In quella comunità esiste una sola tavola, che si condivide tutti insieme, alla stessa ora, proprio come in una comunità monastica, in una vera famiglia. La preparazione dei cibi e il servizio a tavola è un’attività svolta da tutti, in comune. Tra l’altro, normalmente si consuma a tavola quanto viene coltivato nell’orto dagli stessi ragazzi, che possono dunque apprezzare il lavoro che c’è stato per giungere a gustare certi cibi. Si sta a tavola insieme, alla stessa ora, naturalmente senza televisione! Si impara ad essere attenti alle esigenze degli altri, ad aspettarsi, sopportarsi, ad avere un unico ritmo. Il pasto comune non è solo un momento di nutrimento, ma anche di relazione: si parla, ci si confida, magari anche si litiga, ci si ascolta, si ride, si piange. Ma si fa tutto insieme, sapendo che ci si sostiene a vicenda in quel cammino.

Anche in una comunità di recupero la tavola, nella sua bellezza e nel suo ordine, è momento di formazione e crescita umana.

Papa Francesco, nella sua enciclica “Laudato si’” cita una frase dell’omelia di Benedetto XVI per l’inizio del suo pontificato: «i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi». La droga è la strada che viene percorsa da coloro che hanno smarrito il senso della vita, o da coloro che forse quel senso della vita non l’hanno mai avuto, perché nessuno glielo ha indicato.

Sempre il Papa parla della necessità di una “adeguata educazione estetica”. Perchè “quando non si impara a fermarsi ad ammirare e ad apprezzare il bello, non è strano che ogni cosa si trasformi in oggetto di uso e abuso senza scrupoli”. Quei ragazzi hanno abusato della vita, magari perché nessuno aveva mai indicato loro un percorso di bellezza. Fortunati coloro che hanno invece cercato e trovato la Via Pulchritudinis, quella che Papa Francesco chiama “adeguata educazione estetica”. Ed è bello che anche la tavola apparecchiata con amore e il cibo di qualità preparato con impegno e attenzione sia parte integrante di quel percorso.

Penso che in fondo in questo mondo siamo tutti bisognosi di un cammino di crescita, di ordine e condivisione generosa: e se utilizzassimo anche noi la tavola come occasione per conquistare quegli obiettivi?

Concludiamo la visita nella stanza dove sono in vendita i prodotti di quell’azienda agricola: ben volentieri facciamo qualche acquisto, per sostenere quella lodevole attività. Sono passati tanti anni: mio marito ancora ricorda con nostalgia la straordinaria bontà della crema di marroni prodotta da quei ragazzi.

 

 

Un commento su “La cultura della tavola fa fiorire i deserti interiori

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...