“Il sapore del successo”: anche a tavola, la bellezza salverà il mondo

di Francesco Arnaldi

Il film diretto da John Wells “Il sapore del successo” vede un eccellente Bradley Cooper interpretare il ruolo di uno chef stellato, Adam Jones, all’inseguimento di un sogno: la terza stella Michelin. L’inizio della pellicola non potrebbe essere dei più classici: un uomo allo sbando, che ha consumato la sua giovinezza in droghe, alcool e donne, che ha deciso di rimettersi in carreggiata e che trova la forza necessaria nei propri talenti. Abbiamo visto tante volte questa rinascita messa a tema nei film: il ragazzo di periferia salvato dalla musica, lo scapestrato salvato dalla danza. Il film è interessante e ingegnoso perché questa volta la forma d’arte che salva il protagonista dall’autodistruzione è il cibo. Sì, perché Adam Jones è uno chef due stelle Michelin, il migliore sulla piazza, ed è tra i fornelli che combatte i suoi demoni e le sue insicurezze.

Burbero, irascibile e bello: gli ingredienti ci sono tutti per una storia che racconta il tentativo di un uomo di risollevarsi dal suo passato dedicandosi all’unica cosa che gli sia mai riuscita veramente bene. La strada è dura, e bellissimi sono i dialoghi tra il protagonista e la psicologa incaricata di controllare che non ricada nel tunnel della droga. Sì, perché l’orgoglio è dietro l’angolo, e la terza stella, da obiettivo, rischia di diventare ossessione, perdendo così tutto il potere salvifico che l’arte culinaria esercitava. Tra successi e fallimenti, Adam sente che prima di mettersi definitivamente alla prova deve capire perché sta facendo tutto questo, deve capire cos’è il cibo per lui.

Perché apparecchiare una tavola con la stessa attenzione con cui un pittore dipinge una tela? Perché spendere così tanto tempo a guarnire un rombo con una salsina? La risposta data dal film è tanto semplice quanto vera: perché si crea bellezza. L’uomo riesce a essere fiero di se stesso quando si rende conto che da lui sta fuoriuscendo bellezza, e che questa bellezza è riconosciuta e apprezzata. Per questo motivo insegue la terza stella: non lo fa per appendere in camera sua un attestato, lo fa perché l’essere umano ha bisogno di sapere che i suoi talenti stanno rendendo il mondo un posto bello, e il cibo in questo ha un ruolo primario. L’obiettivo è quello di rendere bello ciò che di più quotidiano esiste, ciò che già fa parte della nostra vita.

E come nei film sulla danza, alla fine bisogna anche arrendersi a una grande verità: non si può vincere da soli. Come un primo ballerino ha bisogno del suo corpo di ballo, così lo chef deve appoggiarsi ai suoi collaboratori. Deve rischiare tutto mettendosi nelle loro mani, perché quando gli ispettori Michelin assaggeranno le sue pietanze, queste saranno il risultato non tanto del diretto lavoro dello chef, quanto di ciò che lui sarà riuscito a creare insieme al suo staff, dietro quelle due ante che separano il silenzioso salone dalla chiassosa cucina.

Consigliandovi di andarlo a vedere dopo cena (io l’ho visto prima ed è stata una tortura vedere un’ora e mezza di manicaretti prelibati passarmi davanti!), concludo con quello che è probabilmente il messaggio più profondo che si può trarre dal film. In un mondo che tende all’efficienza, l’arte sembra essere diventata un’antica usanza formale, e la bellezza un lusso per chi se lo può permettere. La ricerca della bellezza nel quotidiano è invece un atto doveroso per la nostra dignità di esseri umani, perché solo la bellezza potrà salvarci dal primato dell’efficienza.

2 commenti su ““Il sapore del successo”: anche a tavola, la bellezza salverà il mondo

  1. Alberto Vivenzio ha detto:

    L’ha ribloggato su Il sito di Albertoe ha commentato:
    …La ricerca della bellezza nel quotidiano è invece un atto doveroso per la nostra dignità di esseri umani, perché solo la bellezza potrà salvarci dal primato dell’efficienza …sono d’accordo e consiglio di andare a vedere il film che io ho visto ed è molto bello…

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  2. Anonimo ha detto:

    bravo franci
    perry

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